Quali rischi nel VAR

A
A
A
di Redazione 8 Gennaio 2010 | 10:30
Semplice da spiegare ma non efficace dal lato commerciale. I limiti del Value at Risk.

di Paolo Cucurachi

Il VAR (Value at Risk) è diventato, nel corso dell’ultimo decennio, la metrica spesso più diffusa per provare a quantificare il rischio. Le ragioni che giustificano l’ampio ricorso a questo indicatore sono numerose e, in buona parte, condivisibili: si tratta di una misura che abbraccia una visione asimmetrica del rischio, che permette di concentrarsi su fenomeni rari e penalizzanti per il portafoglio, che vengono espressi mediante una misura monetaria facilmente comprensibile per l’investitore. E’ noto che il VAR misura la perdita massima potenziale cui è esposto un portafoglio su un determinato orizzonte temporale futuro e con un determinato intervallo di confidenza. 
 

Sulla base di queste premesse non sorprende che numerose banche e reti di promotori finanziari abbiano deciso di comunicare il concetto di rischio associato ai portafogli dei clienti facendo ricorso alla tecnica del VAR che, nella maggior parte dei casi, si traduce nell’identificazione della perdita massima su base trimestrale con un intervallo di confidenza del 90%. Il punto è se, fatte salve le premesse, il VAR sia davvero la misura più appropriata per accrescere la percezione del rischio da parte degli investitori al fine di far apprezzare loro il trade off esistente tra rendimento e rischio che dovrebbe essere alla base dell’identificazione del portafoglio ideale scelto dall’investitore. Le informazioni raccolte sulle modellistiche adottate da alcune importanti banche e reti di promotori finanziari sollevano numerosi dubbi in tal senso in quanto il ricorso al VAR impedisce una compiuta valutazione del trade off rendimento-rischio e soprattutto impedisce all’investitore di cogliere l’importanza dell’orizzonte temporale e della diversificazione del portafoglio.
Il punto di partenza dal quale correttamente partono queste banche/reti è spesso rappresentato dalla scarsa intuitività del concetto di deviazione standard dei rendimenti e dall’esigenza di sostituirlo con metriche più comprensibili. Il primo passaggio è quindi quello di rappresentare i portafogli modello in uno spazio unidimensionale nel quale si associa ad ogni portafoglio una misura di VAR, spesso ricavata dalla semplice applicazione di una logica parametrica rappresentata da una formula.

Trovi tutti gli approfondimenti
sul mondo della consulenza
su Advisor.
Tutti i mesi in edicola.

Vuoi ricevere le notizie di Bluerating direttamente nel tuo Inbox? Iscriviti alla nostra newsletter!

Condividi questo articolo

ARTICOLI CORRELATI

Eventi, un giro del mondo con Pictet

Top 10 Bluerating: Belgrave CM bis nell’Asia Pacifico

Top 10 Bluerating: Invesco è la regina dell’informatica

NEWSLETTER
Iscriviti
X