Crisi non “emergenti”

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di Biagio Campo 26 Marzo 2010 | 14:00
Tutte le ultime correzioni non sono attribuibili a problemi legati ai BRIC, bensì a tematiche di carattere generale o che riguardano le nazioni sviluppate.

Union Investment, guidata in Italia da Stefano Vighi, è la società di gestione del risparmio delle Banche di Credito Cooperativo e delle Banche Popolari tedesche, con una massa superiore ai 170 miliardi di euro ed oltre 300 fondi, sia retail che istituzionali. Con Grant Yun Cheng, gestore del fondo obbligazionario UniEuroRenta Emerging Markets, vediamo il motivo per il quale conviene ancora puntare sui paesi emergenti, per massimizzare il rapporto rischio/rendimento, a fronte delle difficoltà strutturali incontrate dalle economie più mature. Dopo lo strepitoso 2009 che ha visto l’indice MSCI Emergenti crescere del 59% e flussi di capitali che hanno addirittura sorpassato i deflussi del 2008 (65 miliardi di dollari entrati contro deflussi per 45), qualcuno si chiede se valga ancora la pena investirci.

È vero che nelle prime settimane del 2010 i paesi emergenti hanno sofferto forti cali delle quotazioni azionarie, ma ciò corrisponde alla valenza di rischio che gli investitori assegnano a questi mercati.
«Tutte le ultime crisi e correzioni non sono attribuibili a problemi legati ai paesi emergenti bensì a tematiche di carattere generale o che riguardano le nazioni sviluppate» spiega il gestore. «Nel caso delle ultime settimane, la correzione è stata determinata in primo luogo dal programma annunciato da Obama per una più severa regolamentazione del settore finanziario statunitense, volta a limitare le attività bancarie in termini di volumi e transazioni dei principali istituti, ed in secondo luogo dalle mosse monetarie restrittive intraprese dalle autorità cinesi, finalizzate a limitare la concessione di crediti ed evitare possibili surriscaldamenti dell’economia locale». Infine sul mercato ha pesato la difficile situazione del debito pubblico di alcune nazioni dell’area Euro.

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