Risparmio gestito – Sushi e investimenti

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di Matteo Chiamenti 6 Ottobre 2010 | 09:00
Ecco la view Mark Mobius (Executive Chairman Templeton Emerging Markets Group) dedicata alla situazione economica in Giappone.

Nel corso di un recente viaggio in Giappone, durante una sosta a Tokyo, una delle domande più frequenti che mi hanno rivolto i giornalisti è stata: “Perché il Giappone è in ritardo rispetto ai suoi vicini asiatici?”. Con i riflettori puntati sulla crescita stagnante delle economie sviluppate, sembra che tutti ricomincino a lamentarsi dell’economia giapponese. Per quest’anno il Giappone prevede una crescita del PIL piuttosto contenuta (circa il 3%), a fronte della disastrosa contrazione del 5% registrata nel 2009. Se da un lato gli esportatori giapponesi affermano di essere penalizzati dalla forza dello yen, dall’altro gli importatori fanno affari d’oro. Nel 1990 un dollaro USA valeva 155 yen, mentre oggi ne vale meno di 90: un cambiamento davvero sostanziale. Inutile dire che nel 1960, ai tempi della mia prima esperienza lavorativa in Giappone, con un dollaro potevo comprarmi 360 yen! Fu in quel periodo che Sir John Templeton iniziò a investire in Giappone, paese all’epoca considerato un mercato emergente in Asia. 

Per quanto sia vero che l’indice Nikkei 225 (JPY) è sceso dal picco di 25.000 punti, segnato nel 1991, all’attuale minimo inferiore a 10.000, i cacciatori di occasioni direbbero che adesso il mercato azionario giapponese comincia a sembrare ragionevolmente conveniente. Il dividend yield medio delle società giapponesi attualmente si attesta al 2%, mentre il P/E medio è sceso dai massimi del 1994 (oltre 70x) a un più interessante 13x. Rispetto al picco del 1991 (dove raggiungeva quasi 3x), il rapporto prezzo/patrimonio netto, un’altra misura del valore, è arretrato fino all’attuale minimo di 1x.  Inoltre i risparmiatori giapponesi non sono aiutati dal fatto che in Giappone i tassi di interesse siano ancora molto bassi, con il tasso di riferimento pari appena allo 0,1%. I soldi messi in banca non rendono molto, pertanto i risparmiatori vanno in cerca di investimenti in valuta estera per ottenere un rendimento più elevato. Ma attualmente l’inflazione è in territorio negativo, con l’indice dei prezzi al consumo quasi a -1%, quindi il rendimento reale è positivo.  Ho riflettuto sul malessere economico del Giappone, tracciando un parallelo tra la Cina di oggi e il Giappone degli anni 60 e 70. La Cina, uno dei maggiori mercati emergenti di questo decennio, si trova ora dov’era il Giappone negli anni 60 e 70, quando l’economia giapponese stava decollando grazie all’innovazione.

Ma il Giappone potrebbe anche trarre vantaggio dall’ascesa dei cinesi, perché uno dei più importanti cambiamenti in atto in Giappone è il rafforzamento dei legami con la Cina. Gli Stati Uniti non sono più il principale cliente del Giappone: nel 2009 la Cina ha assorbito il 19% dell’export giapponese, mentre solo il 16% delle esportazioni ha raggiunto gli Stati Uniti e il 13% l’Unione europea. Aspetto forse ancora più rilevante, il 22% delle importazioni giapponesi proveniva dalla Cina, mentre solo l’11% dall’Ue e l’11% dagli Stati Uniti. I trend recenti indicano che in futuro la Cina assumerà un ruolo ancora più dominante nell’import/export giapponese.  Al contempo, i legami più forti con la Cina sono anche fonte di preoccupazione. Si teme, per esempio, che i cinesi usino le loro riserve in valuta estera (oltre 2.000 miliardi di dollari USA) per comprare titoli di stato giapponesi. Naturalmente i giapponesi non stanno a guardare quando si tratta di accumulare riserve in valuta estera: dopo la Cina, il Giappone è il maggiore detentore di riserve in valuta estera del mondo, con circa 1.000 miliardi di dollari USA. 

La questione ha continuato a girarmi per la mente durante il viaggio da Tokyo a Osaka.  Una volta arrivati ad Osaka, abbiamo attraversato il ponte sospeso più lungo del mondo, il famoso Akashi Kaikyō Suspension Bridge: 3.911 metri di lunghezza per un costo di 5 miliardi di dollari. La costruzione del ponte, che si sviluppa a un’altezza di 66 metri sulla superficie dell’acqua, ha richiesto più di dieci anni ed è stata completata nel 1998 dopo avere superato enormi sfide: il ponte doveva resistere a venti che arrivano a 286 chilometri orari e a terremoti di 8,5 gradi sulla scala Richter.  In effetti proprio in fase di costruzione, nel 1995, si verificò il terremoto di Kobe. Il ponte Akashi Kaikyō è una delle maggiori prodezze dell’ingegneria giapponese, una sfida ai limiti delle conoscenze tecnologiche. La  sua costruzione è frutto dell’ingegno, della determinazione e della perseveranza dei giapponesi, fattori cruciali il cui contributo sarebbe essenziale per dare una svolta all’economia del paese. 

Se nella prima parte di questo intervento ho parlato delle esportazioni e del quadro macroeconomico, ora vorrei considerare più da vicino la situazione interna. Per riuscire a ridurre il costo del lavoro il Giappone deve allentare la politica dell’immigrazione. Inoltre, il governo deve ridurre la spesa e la pressione fiscale affinché le piccole e medie imprese locali possano crescere espandendosi nel resto dell’Asia e fare affari in paesi come la Cina, l’India e l’Indonesia. Le piccole e medie imprese sono infatti un elemento cruciale dell’economia, per il loro contributo allo sviluppo dell’attività economica e dell’imprenditoria. Perché questo settore possa prosperare è necessario ridurre l’ingerenza del governo nell’economia giapponese.  Se le piccole e medie imprese giapponesi riusciranno effettivamente a sfruttare le opportunità presenti oltre i confini del mercato interno, così come la Toyota, la Nissan, la Sony, la Panasonic e la Hitachi si sono guadagnate un’ottima reputazione internazionale, grazie anche alla forte etica del lavoro e all’orgoglio del suo popolo il paese dovrebbe riuscire a trovare la strada per uscire dal “decennio perduto”.

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