Risparmio gestito – Bond Usa, salta il rally

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di Matteo Chiamenti 7 Ottobre 2010 | 07:45
Ecco un estratto dall’ultimo report di Raiffeisen Capital Management sui mercati obbligazionari globali

Titoli di stato USA: bloccato per il momento il rally dei Treasury

Negli USA si conferma il quadro di una ripresa economica molto fragile, malgrado tutti i pacchetti congiunturali messi in campo da Washington e la politica monetaria estremamente lassista della banca centrale. L’indebitamento ancora molto elevato e la situazione critica sul mercato immobiliare e del lavoro comprimono fortemente i consumi delle famiglie. Le previsioni di consenso per la crescita economica sono cadute a picco e si discute intensamente sulla probabilità di un “double dip”, vale a dire di una ricaduta in una nuova recessione.

Non è chiaro, tuttavia, se la recessione iniziata nel 2007 sia già finita. In ogni caso per la gran parte della popolazione USA la ripresa economica è stata finora poco o per nulla percepibile. Il tracollo delle piccole imprese e l’impoverimento del ceto medio, con il progressivo allargamento della forbice tra i livelli di reddito superiori (10%) e tutti gli altri (90%), pare svolgere un ruolo importante nella difficoltà di crescita persistente negli USA. Eppure l’economia tornerà a crescere nel 2010; secondo le nostre valutazioni si avrà una crescita reale del 2,6 % circa. Considerati i grandi problemi strutturali, nel migliore dei casi ci si deve aspettare per i prossimi anni un periodo piuttosto lungo di crescita moderata, inferiore alla media. Per il 2011 si dovrebbe raggiungere a stento il 2%. Inoltre attualmente non sembra plausibile, né economicamente né politicamente, l’ipotesi di ulteriori consistenti pacchetti congiunturali. Nonostante il dollaro USA sia la valuta di riserva mondiale, nel lungo termine gli Stati Uniti non possono permettersi deficit interni tanto elevati.

In seguito alla ripresa stentata, da aprile i titoli di stato americani a lunga scadenza hanno registrato forti rialzi, trascinati dai timori di deflazione e dal “flight-to-quality”. In realtà nelle ultime settimane c’è stata una correzione al ribasso, ma questo non implica ancora un’inversione di tendenza. La fragilità dell’economia ha ulteriormente ridimensionato le aspettative di un innalzamento dei tassi. Per contro, sembra solo questione di tempo l’attuazione di ulteriori misure di allentamento nella politica monetaria della banca centrale USA, ad esempio sotto forma di un incremento degli acquisti di titoli di stato. Sul fronte dell’inflazione non si intravede (ancora) alcun pericolo, almeno nel medio periodo, anche se sui prezzi dell’energia e dei generi alimentari è sempre possibile che soffi un vento contrario. Il grande eccesso di capacità produttiva da un lato e, dall’altro, gli alti tassi di disoccupazione e quindi l’assenza di pressione salariale sostengono costantemente i bassi tassi d’inflazione. I bond indicizzati all’inflazione con tassi di break even considerano per i prossimi 5 anni un’inflazione attesa ancora all’1% annuo, per i prossimi 10 anni intorno all’1,7 % annuo.

A prescindere da tutto questo, rimane alto sia negli USA che in Europa il timore che – alla luce dei rilevanti disavanzi pubblici e dell’aggravamento dei debiti sovrani – aumentino le pressioni politiche sulle banche centrali per indurle prima o poi a finanziare una parte crescente dei deficit statali stampando nuova moneta e ad accettare in cambio anche tassi d’inflazione decisamente superiori che in passato.

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