Risparmio gestito – Portogallo, l’anello debole

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di Matteo Chiamenti 21 Ottobre 2010 | 08:45
Il commento settimanale di AXA Investment Managers curato da Laurence Chieze-Devivier, si focalizza sull’attuale momento grigio del paese iberico.

A fine settembre, i mercati hanno accolto con sollievo l’annuncio di misure di austerità fiscale, dopo che il rendimento dei titoli di Stato portoghesi è sceso di circa 15bp in un solo giorno. Si tratta però di un dato da relativizzare. Infatti, dall’estate scorsa, i rendimenti obbligazionari portoghesi sono tornati ai livelli antecedenti all’ingresso nell’area Euro (superiori al 6%). Di conseguenza, in questo momento, il paese beneficia poco della politica molto accomodante della BCE. I rendimenti elevati indicano i timori del mercato riguardo alle capacità del Portogallo di correggere il disavanzo fiscale e d’invertire la dinamica del debito pubblico.

Crescita fiacca
Sin dall’inizio di questo secolo, il Portogallo è stato il fanalino di coda tra i paesi europei in termini di crescita del PIL, registrando una crescita media di appena 1,3%, rispetto all’1,9% per la regione. La crisi non ha fatto altro che accentuare questa performance mediocre, con un calo del PIL del 4% durante la fase recessiva. Nello stesso periodo, le finanze pubbliche si sono rapidamente deteriorate; fuori controllo, le spese pubbliche hanno portato il deficit al di sopra del 9% del PIL e il debito pubblico al di sopra del 75%. Nonostante una ripresa a metà 2009, guidata dalle esportazioni e dai piani di rilancio, le previsioni economiche restano cupe. In effetti, la domanda privata, in particolare i consumi, resta fiacca e le misure di austerity attuate nel 2010 costituiranno probabilmente un serio ostacolo alla crescita.

Anche lo slancio proveniente da fonti esterne ha iniziato ad attenuarsi, come indica il netto rallentamento delle esportazioni.
Nonostante la recessione, il deficit delle partite correnti si è ridotto di poco e resta elevato (oltre il 10% del PIL) e questo rende l’economia portoghese fortemente dipendente dalle fonti di finanziamento estero. Infatti, il Portogallo risente da tempo della mancanza di competitività sul fronte esportazioni. La sua specializzazione di prodotto non è particolarmente convincente e gli incrementi di produttività sono stati inadeguati, debolezze accentuate dall’apprezzamento dell’euro. Pertanto, le esportazioni al di fuori dell’UE in beni in conto capitale e trasporti rappresentano solo il 18% delle esportazioni portoghesi contro il 41% per l’area Euro. Inoltre, la forte specializzazione geografica, espressa dal fatto che la maggior parte dei prodotti portoghesi è diretta verso l’Europa (74%, in particolare verso la Spagna con il 25%), non consente alle esportazioni di profittare del rafforzamento dei paesi emergenti (2,5% delle esportazioni totali verso l’Asia e 1% verso il Brasile).

Se il Portogallo è riuscito ad evitare di creare una bolla immobiliare come il suo vicino spagnolo, l’indebitamento privato resta tuttavia relativamente alto: l’82% del PIL per le famiglie e il 75% del PIL per le imprese. Il necessario processo di disindebitamento graverà su un’economia già indebolita, mentre il tasso di disoccupazione si attesta ad oltre il 10% della popolazione attiva – una situazione destinata a migliorare solo quando il Portogallo tornerà ad essere competitivo. In sostanza è probabile che il paese torni in recessione, in particolare poiché l’austerità fiscale sta già pesando sulla domanda interna quest’anno, fenomeno che si amplificherà l’anno prossimo.

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