Risparmio gestito – Il 2011 degli Usa

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di Matteo Chiamenti 4 Gennaio 2011 | 16:00
L’azionario USA crescerà nel 2011? Ecco la risposta dei protagonisti dell’asset management.

Ignis

Fattori positivi: Washington si muove verso il centro, pausa fiscale, buoni utili aziendali, ripresa nella fiducia delle piccole imprese, aumento di fusioni e acquisizioni, investimenti in azioni. Fattori negativi: rischio che la Cina alzi troppo i tassi di interesse, crisi del debito in Europa, il deficit che sarà una grande preoccupazione nel 2011  “C’è una varietà di elementi catalizzatori che possono spingere le performance azionarie nel breve termine. Una è la politica fiscale. Crediamo che il Congresso approverà un’estensione dei tagli fiscali varati da Bush, ma il Presidente Obama ha anche definito con i Repubblicani una tax holiday sui salari da 120 miliardi che dovrebbe stimolare l’economia e sostenere il mercato azionario.  “Di fatto, un supporto fondamentale per il mercato è rappresentato dal miglioramento delle prospettive della crescita economica. Le stime sul PIL sono state riviste a oltre il 3%. Le notizie provenienti dal mercato del lavoro dovrebbero inoltre e una crescita più elevata dell’occupazione dovrebbe dare supporto al mercato azionario – ma purtroppo non il mercato obbligazionario.  “Nell’insieme crediamo che la crescita del mercato sarà guidata da una crescita dei profitti migliore delle aspettative di oltre il 10%, una performance solida dei margini, una ripresa del settore finanziario, dal sostegno da parte dei mercati emergenti e dal passaggio dai bond alle azioni da parte degli investitori.  “Prevediamo inoltre che il dollaro USA si rafforzerà contro l’euro e la sterlina – in quest’ultimo caso a causa del rallentamento dei consumi conseguente al Natale – che dovrebbe rendere più attraenti le azioni USA per gli investitori in sterline. Il rischio è che il dollaro e i rendimenti obbligazionari aumentino troppo velocemente, cosa che dovrebbe disturbare l’economia globale. Comunque, la politica di QE dovrebbe agire da controllore per entrambi.   “Ci sono però due ulteriori fattori di rischio che arrivano da oltreoceano. Il primo è che gli sforzi delle autorità cinesi per smorzare l’inflazione – con l’imposizione di limiti ai prestiti e con l’innalzamento dei tassi di interesse – finiscano per ostacolare la domanda. Il secondo è che un ulteriore indebolimento dei  bond dei paesi periferici europei possa intaccare la propensione al rischio.  “Ma vale la pena notare quanto segue. Questo è il terzo anno sia per quanto riguarda il ciclo presidenziale, sia per quanto riguarda la ripresa economica. Si contano solo altre cinque occasioni negli ultimi 111 anni in cui si sono verificati entrambi questi eventi nello stesso anno e nell’insieme hanno prodotto un rendimento medio del 21%. Accadrà anche questa volta?

Invesco

Dopo una ripresa a ritmo moderato nella seconda metà del 2009 e a inizio 2010, la crescita reale del PIL USA ha registrato un rallentamento nel secondo e terzo trimestre del 2010. Mentre la spinta derivata dalla ricostituzione delle scorte sta svanendo, lo stimolo derivante dalle politiche fiscali è in fase di diminuzione e diverrà negativo, in termini del suo impatto sulla spesa del PIL, nel 2011. La ripresa dipenderà pertanto maggiormente dalla spesa al consumo e per gli investimenti. Tuttavia, prevedo che il ritmo di ripresa permarrà moderato per tutto il periodo 2011- 2012, poiché le famiglie e le istituzioni finanziarie continueranno a risanare i loro bilanci restituendo i debiti contratti. Nel caso delle famiglie, questa attività ha già portato a un aumento del tasso di risparmio personale al 5-6% del reddito disponibile, ma sembra in dubbio il fatto che questo tasso di risparmio sia sufficientemente elevato sia per restituire il debito contratto sia per sostenere una maggiore attività d’investimento delle aziende. Nel caso delle istituzioni finanziarie, le vendite di asset sostengono il processo di risanamento dei bilanci, ma mentre l’emissione in calo di crediti al di fuori del sistema bancario (ad es. mercati del credito cartolarizzato o dei pronti contro termine) sembra essere in fase di stabilizzazione e le condizioni di concessione dei prestiti in fase di allentamento, questi mercati sono ancora molto distanti dall’assistere a una ripresa. E’ probabile quindi che la disoccupazione diminuisca solo lentamente e che l’economia continui a funzionare al di sotto della propria capacità. L’impazienza, derivante dal basso tasso di ripresa, sia tra i politici che alla Federal Reserve ha portato all’annuncio del 3 novembre di un secondo ciclo di quantitative easing (QE2) con cui la Fed acquisterà ulteriori USD 600 miliardi di titoli del Tesoro USA entro giugno 2011, portando il volume dei propri bilanci a livelli prossimi ai USD 3000 miliardi. Il probabile impatto di questi acquisti sull’attività economica è difficile da misurare. Sinora, la principale controparte dell’acquisto di attività da parte della Fed è un forte aumento delle partecipazioni delle banche nelle riserve, ma nessun aumento nei prestiti bancari. Su un bilancio attuale di USD 2.350 miliardi, non meno di USD 1.010 miliardi sono riserve bancarie, mentre i prestiti e i leasing sono diminuiti di quasi USD 1.000 miliardi dal picco dell’ottobre 2008 e sono ancora in calo. Se le famiglie e le società continuano a rimborsare i debiti contratti con le banche e le banche rimangono avverse al rischio, è assolutamente possibile che gli acquisti della Fed manchino di avere ripercussioni sull’attività di prestito bancario nel 2011. (Ciò è esattamente il problema che la Banca del Giappone si è trovata ad affrontare quanto ha perseguito il QE tra il 2001 e il 2006.) Alla luce del probabile stallo politico a livello decisionale sulle politiche da seguire tra il Congresso e la Casa Bianca nel 2011 successivamente alle elezioni di medio termine di novembre, il ruolo della Fed rimarrà cruciale nell’assicurazione di una ripresa costante. Unitamente a mantenere i tassi d’interesse invariati nel 2011, la Federal Reserve potrebbe anche riconfermare il suo impegno nei confronti della stabilità dei prezzi adottando un obiettivo d’inflazione esplicitamente di medio termine. Se la crescita sarà significativamente più debole di quanto previsto, gli interventi atti a ridurre i tassi reali di lungo termine mediante un ulteriore quantitative easing sarebbero giustificati. Sul fronte fiscale, occorrerà affrontare presto gli squilibri budgetari e il debito federale in rapida crescita. È improbabile che i «vigilantes» del mercato obbligazionario continueranno a concedere all’amministrazione USA l’esonero dal genere di regime fiscale richiesto altrove, nonostante il ruolo di riserva internazionale della moneta USA. Alla luce della reazione negativa alle raccomandazioni della Commissione fiscale del Presidente, l’amministrazione potrebbe essere costretta a proseguire con il suo piano di stabilizzazione dei rapporti indebitamento/PIL entro il 2015. Per centrare quest’obiettivo saranno necessarie ulteriori misure di consolidamento oltre a quelle già in essere, ma sembra vi sia una bassa propensione in America a riforme importanti in termini di politica fiscale e spesa per l’assistenza sociale. Per l’intero anno, ritengo che la crescita del PIL reale si attesterà intorno al 2,4% e l’inflazione primaria dei prezzi al consumo (IPC) allo 0,8%. Sebbene deludente nell’ottica della crescita economica, in quella degli investimenti un tasso d’inflazione molto basso dovrebbe fornire un contesto costantemente favorevole per gli investimenti nel reddito fisso consentendo al contempo la crescita delle azioni.

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