Il rating dei fondi e delle Sicav

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di Marco Brenna 4 Febbraio 2011 | 12:00
Dai codici alfanumerici alle stelle. Per salire sul trono con le coroncine

La crisi e alcuni casi specifici clamorosi hanno, negli ultimi anni, focalizzato l’attenzione del mondo finanziario sul rating, strumento sempre più diffuso per la valutazione degli strumenti finanziari, ma sul quale occorre fare alcune fondamentali distinzioni e che è necessario interpretare ed utilizzare in maniera corretta e consapevole.
Il contributo di oggi vuole cercare di inquadrare e spiegare per sommi capi il mondo del rating sul risparmio gestito in Italia che, come vedremo, è ricco di protagonisti che offrono una completa gamma di prodotti.
Cercheremo di offrire un contributo descrittivo che esuli da giudizi di valore, anche perché sarebbe oggettivamente un errore pensare di giudicare algoritmi e metodologie e farne una classifica; viceversa, il fattore critico in questo campo è la giusta interpretazione dei risultati. Prima di tutto occorre chiarire il concetto di rating che, in generale, fa riferimento ad almeno due grandi tipologie di analisi.
Storicamente viene inteso come una valutazione sulla solvibilità della controparte ed è attribuito, tipicamente da agenzie internazionali come S&P Moody’s o Fitch, alle società emittenti di obbligazioni/azioni, o a singole emissioni, per dare un’indicazione sulla probabilità di mancato rimborso. Chiamate nello stesso modo per ragioni di analogia e conoscenza da parte del mercato, si sono successivamente sviluppate metodologie di valutazione applicabili a strumenti di natura differente come i fondi comuni, per i quali, in luogo del merito creditizio, viene invece analizzata la politica di gestione. Come per un possessore di bond la solvibilità del debitore (la società emittente) è forse l’informazione più importante, per chi deve scegliere un prodotto di risparmio gestito o ne ha già sottoscritto delle quote, è invece fondamentale il giudizio sulla qualità del gestore.
Tra le tante forme di valutazione esistenti sul mercato la peculiarità del rating che, più di altre, ne ha decretato il successo è la forma di pubblicazione che nella sua forma più diffusa è costituita da codici alfanumerici (caratteri e numeri) come AAA, BB+, le stelle di Morningstar o le corone Bluerating. Con una semplice sigla è sintetizzato il giudizio delle agenzie sugli strumenti analizzati. Si può dire, in generale, che il rating è una valutazione sintetica e di immediata interpretazione centrata sugli aspetti più importanti di uno strumento finanziario.
Focalizzando l’attenzione sul risparmio gestito in Italia si possono individuare un buon numero di operatori che, in maniera esclusiva o nell’ambito di altre attività, attribuiscono forme di rating a fondi e SICAV. I più conosciuti sono, oltre a Bluerating, CFS rating, Milano Finanza, Morningstar, Lipper e Feri, i primi specializzati sul mercato domestico gli ultimi organizzati su scala più internazionale. Le metodologie utilizzate non sono naturalmente le stesse ma è possibile delinearne alcuni tratti comuni che contribuiscono a spiegare quali sono le principali caratteristiche del rating sui fondi, quale utilità abbia e quale sia il modo corretto di utilizzarlo. Mentre rispetto al merito creditizio la valutazione è assoluta e fa riferimento ad una probabilità di default, in questo ambito esprime tipicamente una valutazione relativa, cioè pone il fondo in una classifica formata da strumenti considerati comparabili. L’universo ampio e variegato dei fondi è quindi preventivamente suddiviso in categorie omogenee che permettano confronti pertinenti. Il sistema di categorizzazione, la cui accuratezza assume una fondamentale importanza, in alcuni casi è proprietario, in altri fa riferimento ad Assogestioni.
Il processo di attribuzione del rating, basato su elaborazioni di natura prevalentemente quantitativa, ha l’obiettivo di verificare l’efficacia delle politiche di gestione all’interno di ogni singola categoria. Sebbene gli algoritmi siano i più vari, fanno tutti riferimento a misure di rischio e rendimento, tendenzialmente privilegiando il primo attraverso forme di cosiddette risk adjusted performance, ossia rendimenti corretti per il rischio. Le preziose indicazioni di William Sharpe, il cui indice omonimo prende in considerazione appunto il rendimento e la volatilità, rimangono la pietra miliare cui si continua a fare riferimento. I fondi vengono ordinati all’interno di ogni categoria rispetto alle elaborazioni effettuate e, definite delle classi, cioè degli intervalli all’interno della classifica, ad ogni strumento è associato il proprio rating in funzione al posizionamento nella classifica ed alla conseguente classe di appartenenza. Il sistema illustrato si basa naturalmente sul passato, prendendo in considerazione diversi intervalli di tempo e a volte combinandoli in sorte di medie ponderate. I risultati che emergono sono perciò una fotografia del passato e sintetizzano l’efficacia che le strategie operative hanno dimostrato; un dibattito ancora aperto è se sia corretto interpretarli anche come previsione, dal momento che è difficile attribuirli univocamente alle capacità dei gestori e considerando la mutevolezza dei mercati in grado di stravolgere le classifiche. Da analista posso dire che sia ragionevole considerare il rating come un elemento di valutazione che contribuisce insieme ad altri a selezionare gli strumenti; se è vero che i rendimenti passati non garantiscono quelli futuri, come viene ripetuto ossessivamente nei disclaimer dei prodotti finanziari, non si può negare che analizzare quello che è successo sia un’informazione fondamentale di ogni processo decisionale.

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