JP Morgan am, un pessimismo eccessivo potrebbe rivelarsi controproducente

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di Redazione 9 Luglio 2012 | 09:30
La società di gestione passa in rassegna alcuni dei temi d’investimento che potrebbero emergere nei prossimi tre-sei mesi. In particolare…

Nello Strategy Report di questa settimana, JP Morgan Asset Management passa in rassegna alcuni dei temi d’investimento che potrebbero emergere nei prossimi tre-sei mesi.

IL CROLLO DELL’INFLAZIONE – L’inflazione sta rapidamente rientrando, e in quasi tutte le economie mondiali il tasso d’inflazione generale è sceso a fronte dei ribassi delle quotazioni del greggio e dei prezzi dei prodotti alimentari. Solo in due dei paesi del gruppo del G20 il costo della vita è più alto di sei mesi fa, e anche tra i mercati emergenti, rappresentati dal nostro campione di 23 paesi, solo in sei i prezzi sono rincarati. In base al nostro modello di analisi dei regimi di disequilibrio macroeconomico, finora le economie mondiali si sono a grandi linee divise tra paesi a regime disinflazionistico (dove produzione e inflazione sono in calo) e inflazionistico (dove sono invece entrambe in aumento).

IL CROLLO DEI PREZZI DEL PETROLIO – Uno dei fattori contributivi più importanti è stato il crollo dei prezzi del petrolio, che dopo febbraio sono scesi del 29%, fino a toccare il recente minimo di 77 dollari il barile, per poi risalire al prezzo attuale di 84 dollari. Anche espresse in altre valute, le quotazioni del greggio hanno subito marcati ribassi. Tuttavia, sebbene gli effetti del rallentamento dei prezzi abbiano già iniziato a manifestarsi sull’economia, sospettiamo che la vera spinta alla crescita si farà sentire solo quando il trend al ribasso dei prezzi del petrolio si sarà imposto con maggior chiarezza.

LE MANOVRE DELLE BANCHE CENTRALI – Negli ultimi tempi un numero crescente di banche centrali ha introdotto misure di allentamento monetario. La settimana scorsa la Bce ha tagliato di 25 punti base i tassi d’interesse e la Banca Popolare Cinese ha allentato a sorpresa la politica monetaria portando i tassi sui prestiti al 6%, mentre la Banca d’Inghilterra ha rimpinguato di 50 miliardi il programma di allentamento quantitativo, a un totale di 375 miliardi di sterline. Il fatto che i mercati abbiano praticamente ignorato questi interventi suscita però gravi timori tra coloro che speravano in una “spinta monetaria” per le borse.

LA SITUAZIONE CINESE – In base ai precedenti, l’allentamento della settimana scorsa rappresenta una reazione da panico per la banca cinese: le previsioni di consenso anticipavano infatti una riduzione dei requisiti di riserva delle banche piuttosto che un taglio dei tassi. Tuttavia, la recente manovra è in linea con la nostra tesi che la crescita del paese si sta avviando verso un atterraggio brusco, ovvero una crescita del Pil inferiore alle previsioni e una crisi dell’industria tale da pregiudicare le prospettive dell’export. Il nostro indicatore delle condizioni monetarie segnala che l’orientamento della Cina è ancora estremamente restrittivo, pertanto le autorità dispongono di un margine di manovra più che sufficiente ad ammorbidire l’impatto della minore crescita, come gran parte degli operatori si aspetta che facciano. Tuttavia, esiste il rischio che il processo di allentamento in corso stia mettendo in luce problemi strutturali capaci di inficiare il beneficio atteso delle recenti manovre. A nostro parere è troppo presto per poter rispondere a questa domanda, mentre il margine di allentamento monetario residuo è ancora estremamente ampio.

 LA RICOSTRUZIONE DEI LIVELLI DI RISCHIO – Visto il deterioramento subito dalla  maggior parte degli indicatori macroeconomici nelle ultime settimane, sarebbe facile lasciarsi prendere dal nervosismo nel valutare le prospettive future dei mercati. Gli ultimi dati macro statunitensi – come l’indice occupazionale, l’indagine sulla fiducia dei consumatori dell’Università del Michigan e gli indici dei responsabili degli acquisti del settore manifatturiero – hanno deluso le attese. Secondo le elaborazioni di un istituto di ricerca, nel trimestre attuale l’economia americana sarebbe cresciuta solo dell’1,5% in termini annui, molto meno del 2,1% delle stime di consenso Bloomberg.

SETTORE MANIFATTURIERO DELUDENTE – Ciò nonostante, vale la pena di notare che le maggiori delusioni hanno riguardato il settore manifatturiero, dove secondo le indicazioni delle indagini tra i responsabili degli acquisti l’attività è in rapida contrazione. Tuttavia, chi scrive sospetta che ciò potrebbe essere dovuto alla consistente riduzione delle scorte. La tesi sembra confermata da alcune delle componenti dell’indice Pmi sui livelli di inventario, nonché dalla componente sul ciclo delle scorte del nostro indicatore di inflazione.

BATTUTA D’ARRESTO PER L’EXPORT ASIATICO – La battuta d’arresto della crescita delle esportazioni asiatiche potrebbe essere un altro fattore contributivo. Le imprese esportatrici asiatiche sono infatti da sempre la controparte del ciclo delle scorte dei paesi Ocse, visto che i semilavorati rappresentano una quota molto importante delle esportazioni della regione. Sembrerebbe però che i livelli delle scorte siano ormai scesi attorno ai minimi del ciclo, in particolare nell’area euro. Se le imprese dovessero decidere di iniziare a ristoccare, il ciclo produttivo potrebbe riprendere vigore in tempi relativamente brevi.

PROSPETTIVE DI RIPRESA E NERVOSISMO DEGLI INVESTITORI- Sommando a questo l’impatto dei minori prezzi energetici, per non parlare degli allentamenti monetari, le prospettive di ripresa per il 2012/13 potrebbero anche non essere malvagie. Tuttavia, nei mercati serpeggia un acuto nervosismo e gli investitori per ora mantengono il livello di rischio dei portafogli estremamente basso, in completo contrasto con l’irresponsabile euforia che aveva prevalso nel primo trimestre. Le loro inquietudini sono comprensibili e giustificate visti i rischi che ancora permangono per il quadro economico.

 UN LENTO RIALZO DELLE BORSE – Ciononostante, è possibile che il pericolo maggiore sia dopotutto quello di un lento rialzo delle borse, che trascini con sé anche gli investitori sottoesposti al rischio. I posizionamenti sono in generale estremamente prudenti e il clima di fiducia sempre fragile. Tuttavia, nel complesso i risultati economici stanno cominciando a superare le attese e l’indice del divario su andamento previsto ed effettivo dell’economia inizia a riprendersi dai livelli attuali, estremamente depressi (non occorrono risultati macro eccezionali per questo, bastano anche notizie solo leggermente meno negative delle – cupissime – aspettative di consenso), per questo temiamo che in caso di miglioramento dei dati i mercati potrebbero lasciarsi prendere dall’entusiasmo.

COME NEL 1985? –
In un certo senso la situazione attuale ricorda all’autore dell’articolo il rallentamento di metà ciclo del 1985, particolarmente marcato per il settore manifatturiero statunitense. Nel maggio del 1985 l’indice Ism era infatti crollato a 47,1 punti dal picco di 69,9 punti toccato nel dicembre 1983 sotto l’effetto combinato delle strette della Fed, del rafforzamento del dollaro e degli impatti fiscali della corsa agli armamenti voluta dal presidente Reagan. Tuttavia, il successivo deprezzamento del biglietto verde, che tra il picco positivo del marzo 1985 e quello negativo del dicembre 1987 aveva perso il 16%, unito al ribasso del 66% segnato tra l’ottobre 1985 e il marzo 1986 dai prezzi del petrolio e agli allentamenti della Fed, aveva preparato il terreno alla robusta ripresa dell’economia americana, che aveva sostenuto le esportazioni asiatiche. Questa volta la situazione è chiaramente diversa, in quanto mancano le condizioni favorevoli che avevano permesso l’avvio del ciclo di ripresa. Neppure le prospettive della moneta americana sono oggi altrettanto propizie, tuttavia è possibile che possano ricrearsi alcuni dei fattori che al tempo avevano dato sostegno all’economia americana. Forse queste non sono che belle speranze di un inguaribile ottimista, ma volendo proporre un tema per il terzo trimestre azzarderemmo l’idea che un pessimismo eccessivo potrebbe rivelarsi controproducente.

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