Man Group, la crisi del debito è solo una fase di riscaldamento

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di Redazione 2 Agosto 2012 | 08:39
Dopo l’uragano finanziario degli ultimi cinque anni, il debito si è gonfiato fino a una media ponderata del 417% del prodotto interno lordo e…

STRINGERE I DENTI IN ATTESA DELLA RIPRESA – “A volte è possibile credere che la sofferenza è utile, un modo di espiare i peccati passati. Visto in questa luce, commenta un analista di GLG (Man Group), “il momento di austerità in cui viviamo ha presumibilmente una sorta di qualità redentrice: stringendo  i denti si esce dall’altra parte, purificati e pronti per una robusta ripresa economica”.

LA SITUAZIONE NON MIGLIORA – Tuttavia, continua il manager, “dopo cinque anni, siamo in una situazione peggiore di quando abbiamo iniziato. Si poteva pensare che il recente deleveraging avrebbe fatto crollare gli indici di indebitamento. Invece, dopo l’uragano finanziario degli ultimi cinque anni, il debito si è gonfiato fino a una media ponderata del 417% del prodotto interno lordo (Pil) rispetto al 381% del giugno 2007 nelle 11 economie più osservate al mondo”.

IL RAPPORTO DEBITO/PIL PAESE PER PAESE – “Sorprendentemente, in Canada, Germania, Grecia, Francia, Irlanda, Italia, Giappone, Spagna, Portogallo, Regno Unito e Stati Uniti, il rapporto tra debito totale (pubblico e privato) e prodotto interno lordo è ora maggiore di quanto non fosse in 2007. Ci sono delle differenze, in particolare il debito negli Stati Uniti è quello che è cresciuto di meno, dal 332% del Pil di cinque anni fa, al 340% di oggi – anche se non ci si dovrebbe consolare troppo con questo dato, in quanto le statistiche non includono diritti sociali come Medicare e previdenza sociale. Se aggiungiamo queste voci fuori bilancio, i dati appaiono molto peggiori”.

RIDURRE IL DEBITO E’ UNA MISSIONE IMPOSSIBILE – “La riduzione del debito si sta rivelando impossibile da realizzare. Il mondo sta ancora barcollando sotto una montagna di debiti,  il costo dei quali soffoca “l’istinto animale” che avrebbe dovuto intervenire in nostro soccorso. Sulla base di questa analisi, possiamo fare cinque previsioni. Primo, visto che il deleveraging non è ancora incominciato, non è iniziata neanche la crisi dell’economia mondiale. Tutte le tensioni di questi ultimi anni sono solo una fase di riscaldamento della crisi più profonda che deve ancora venire. La necessità di abbassare i livelli del debito è più pronunciata che mai nella zona euro, soprattutto nell’Europa meridionale, ma anche negli Stati Uniti e Giappone”.

UNA SPIRALE NEGATIVA – “Secondo, ci vorranno almeno 15 anni affinché l’economia raggiunga la velocità di fuga e un livello coerente con scenari di crescita. Questo perché i livelli di debito devono scendere almeno del 150% del Pil nella maggior parte dei paesi. La storia suggerisce che non è possibile ridurre il debito di oltre 10 punti percentuali l’anno, senza scatenare grande destabilizzazione sociale e politica. Terzo, quando cominceremo finalmente a tagliare il nostro debito, l’impatto economico sarà enorme. Paesi come il Giappone e gli Stati Uniti devono aumentare il loro saldo primario di oltre 10 punti di Pil, al fine di stabilizzare il rapporto tra debito pubblico e Pil ai livelli del 2007: considerata la spirale negativa che si innescherà tra riduzione del deficit e crescita, entrambi i paesi perderanno più del 20% del Pil rispetto alla media”.

RIDUZIONE DELLA LEVA FINANZIARIA PRIVATA – “E questo senza tener conto della necessaria riduzione della leva finanziaria privata. Il livello esatto di devastazione economica è una funzione del cosiddetto moltiplicatore, che misura l’impatto della riduzione della spesa sulla crescita economica. Il Fondo Monetario Internazionale ha calcolato che, nelle circostanze attuali, il moltiplicatore può essere due: ogni dollaro tagliato dal deficit porterà ad una riduzione di due dollari del Pil. Il moltiplicatore è maggiore di quasi quattro volte a quello esistente nelle condizioni pre-2008. In quarto luogo, gli asset rischiosi sono predisposti a performare negativamente per un lungo periodo. La redditività aziendale è altamente correlata alle variazioni della leva finanziaria: riducendo il debito in misura significativa la redditività diminuirà. Il premio per il rischio azionario sugli indici come l’S&P 500 è ai minimi storici e dovrà aumentare radicalmente per compensare gli investitori dei numerosi rischi di mercato, dall’insolvenza degli stati sovrani all’inflazione, alla deflazione e alle dinamiche geopolitiche”.

STRUMENTI POLITICI PRIVI DI EFFICACIA – “Quinto: non abbiamo la bacchetta magica. In passato i politici disponevano di diversi strumenti per attutire l’impatto dei provvedimenti presi per stabilizzare il debito: per esempio potevano tagliare i tassi di interesse o consentire la flessione del tasso di cambio, determinando una ripresa trainata dalle esportazioni. Ma in un’epoca di tassi di interessi bassi o pari a zero, quando la maggior parte dei paesi cerca di svalutare la propria valuta, questi strumenti politici hanno perso la loro efficacia, quindi il moltiplicatore elevato.  Persino l’inflazione, per lungo tempo considerata una soluzione di scorta per la riduzione del debito non sarebbe d’aiuto. Farebbe schizzare alle stelle i rendimenti obbligazionari, gravando sui costi per il servizio del debito e soffocando la ripresa. E gli impegni fuori bilancio, la partita più consistente che richiederebbe un forte taglio, sono rettificati per l’inflazione”.

LA SITUAZIONE E’ SENZA SPERANZE, MA NON E’ GRAVE – “Come classifichiamo dunque le categorie di investimento a fronte di questo scenario? Le obbligazioni dei governi e delle imprese solventi sono un buon investimento in un contesto deflazionistico in cui i tassi vengono mantenuti bassi per un periodo di tempo prolungato, le azioni dovrebbero scendere su nuovi minimi mentre le valute dei mercati fortemente indebitati e sensibili alla crescita andrebbero vendute. Secondo un vecchio detto austriaco, la situazione è senza speranze ma non è grave. Non è grave poiché i politici semplicemente non vedono “l’elefante nella stanza”, ovvero la leva finanziaria, e introducono una serie di palliativi. È senza speranza poiché per una generazione la virtù probabilmente non sarà ricompensata”.

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