Gli inevitabili errori delle previsioni

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di Biagio Campo 1 Dicembre 2015 | 10:42
Il concetto alla base della generazione di previsioni è in parte legato all’idea di inefficienza dei mercati, ovvero della possibilità di battere gli indici.

IL PUNTO – Non tratteremo il tema delle previsioni generate in situazioni di conflitto di interesse, che meriterebbe proposte di modifica della governance dell’intero settore finanziario, ma faremo il punto sui risultati che la gestione attiva, basata inevitabilmente sulle previsioni, ha generato, ma anche sui motivi di esiti tanto deludenti.

EFFICIENZA DEI MERCATI – Il concetto alla base della generazione di previsioni è in parte legato all’idea di inefficienza dei mercati, ovvero della possibilità di battere gli indici. Sul tema vi sono pareri molto discordanti, la mia opinione coincide con quella di Burton G. Malkiel, il quale ritiene che sia corretto considerare i mercati finanziari efficienti, in quanto solo pochissimi investitori sono stati in grado di battere i mercati nel lungo periodo. Tale considerazione tuttavia non esclude numerosi intervalli temporali nei quali l’efficienza dei mercati venga meno, fasi nelle quali per gli investitori si aprono enormi opportunità da cogliere prontamente.

FONDI COMUNI E INVESTITORI RETAIL – Secondo i dati pubblicati da Jeremy J. Siegel in “Rendimenti finanziari e strategie d’investimento”, dal gennaio 1971 al dicembre 2006 il rendimento medio sui fondi comuni azionari è stato del 10,49% annuo, ovvero 1,06 punti percentuali inferiori all’indice Dow Jones Wilshire 5000 e 1,04 punti percentuali meno dello Standard & Poor’s 500. Michael Mauboussin propone dati analoghi. James Montier nel libro “Penso dunque investo” osserva che negli ultimi vent’anni lo S&P 500 ha reso in media l’8% annuo. I costi delle cosiddette gestioni attive (fondi comuni) hanno sottratto un altro punto percentuale o due (per commissioni, costi operativi, ecc.); dunque sarebbe logico pensare che gli investitori che hanno preso posizione nei fondi azionari avessero guadagnato fra il 6% e il 7% annuo. In realtà, osserva Montier, sono riusciti ad ottenere un misero 1,9% annuo a causa di un timing sbagliato. Secondo uno studio della società Dalbar Associates un investitore medio ottiene normalmente il 5% in meno, rispetto a quanto registrato dai mercati, per un cattivo timing. Il 95% dei guadagni più importanti, su un periodo di 30 anni, si è concentrato in 90 dei 7.500 giorni di operatività dei mercati. Il rischio di essere liquidi in tali giorni risulta elevato, a fronte di previsioni sbagliate.

TRADERS – I broker nel corso degli ultimi anni hanno iniziato ad investire in formazione e ad offrire discreti servizi di assistenza, ciononostante nel complesso l’attività di trading vede pochi vincitori. Sul tema vi sono molte statistiche, una delle più esplicative osserva come la maggior parte degli internet trader sia riuscita a perdere soldi anche nel momento magico della bolla delle dot.com, a causa di un errato timing nel day trading. I traders impiegavano in media 6 mesi per perdere l’intero capitale investito.

ANALISTI – Numerosi studi in differenti campi mostrano come gli esperti siano peggiori nel fare previsioni rispetto ai non esperti, sebbene abbiano un maggior grado di fiducia nelle proprie affermazioni. Sui pareri degli analisti vi è un forte rischio di conflitto di interesse, a prescindere da ciò riportiamo il risultato di uno studio effettuato da un team di professore del MIT e di Harvard, per il quale la media annuale di errori degli analisti, sulle previsioni delle 1.000 aziende più seguite, è del 31,3% su un periodo di 5 anni. Brad Barber, dell’Università della California, ha scoperto che le raccomandazioni strong buy degli analisti hanno reso il 3% meno del mercato su base mensile, le azioni che hanno consigliato di vendere hanno battuto i mercati del 3,8% su base mensile.

IMPREVEDIBILITA’ DEI MERCATI – Anche a fronte della possibilità di effettuare previsioni positive sulle dinamiche economiche e politiche, risulta difficile sfruttarle per l’investimento nei mercati. Siegel ha concluso che solo in 30 delle 126 giornate nelle quali l’indice Dow Jones ha subito una variazione superiore al 5%, nel periodo compreso tra il 1885 ed il 2008, si sono verificati particolari eventi politici o economici. Mentre David Cutler sostiene che al massimo metà delle variazioni nel prezzo complessivo delle azioni sono giustificabili dalla presenza di nuove informazioni. Inoltre le correlazioni variano periodicamente e non sempre hanno significato. Ad esempio l’indicatore più correlato all’indice S&P 500 è il volume della produzione di burro in Bangladesh.

WARREN BUFFET – L’oracolo di Omaha è tra i maggiori critici nei confronti delle previsioni. Questi osserva come “Non abbiamo, non abbiamo mai avuto, e non avremo mai idea di dove il mercato azionario, i tassi di interesse e le attività di business saranno fra un anno”. Aggiunge inoltre che “di solito le previsioni ci dicono più cose su chi le fa che sulla previsione stessa”.

NASSIM TALEB – Ne “Il Cigno Nero” l’autore libanese riserva un’ampia trattazione sugli errori delle previsioni. “Gli esperti di previsioni sono in grado di prevedere l’ordinario ma non l’irregolare, ed è qui che alla fine falliscono. Basta che perdiate un’oscillazione nei tassi d’interesse dal 6 per cento all’1 per cento su una proiezione a più lungo termine (cosa che successe tra il 2000 e il 2001) per far sì che le vostre previsioni successive diventino del tutto inutili per correggere le vostre performance storiche. Ciò che conta non è il numero di volte che avete ragione, ma la portata dei vostri errori cumulativi. E tali errori dipendono molto dalle grandi sorprese, dalle grandi opportunità. Gli esperti di previsioni economiche, finanziarie e politiche non le vedono e si vergognano a dire cose bizzarre ai loro clienti, eppure gli eventi sono quasi sempre bizzarri”.

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