Bnp Paribas IP: la Fed avvia l’inasprimento dei tassi, ma i toni sono prudenti

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di Chiara Merico 22 Dicembre 2015 | 07:37
Strategia: acquisto di titoli high-yield USA e riduzione del sottopeso nelle azioni emergenti

LA MOSSA DELLA FED -“Si sapeva da tempo che quella appena trascorsa sarebbe stata la settimana in cui la Federal Reserve avrebbe deciso il rialzo dei tassi d’interesse per la prima volta dopo nove anni ma – proprio come è successo a settembre, quando per la prima volta la banca centrale USA sembrava pronta ad inasprire la politica monetaria – la volatilità è tornata ad agitare i mercati azionari. Tuttavia stavolta, le turbolenze non hanno impedito alla Federal Reserve di innalzare i tassi, ponendo così fine a un periodo straordinariamente lungo caratterizzato da tassi vicino allo zero e dando inizio ad una fase di divergenza delle politiche monetarie a livello globale. Infatti gli USA hanno imboccato la strada di un graduale inasprimento, mentre le altre principali banche mondiali – come la BCE o la Banca del Giappone – continuano a seguire politiche espansive (cfr. Investire in un mondo asincrono – le Prospettive di investimento per il 2016)”, spiegano Joost van Leenders,chief economist del Team Multi Asset Strategy, e Colin Graham, responsabile TAA, Multi Asset Solutions di Bnp Paribas IP. “La banca centrale degli USA ha innalzato i tassi di 25 punti base, ma ha accompagnato questa misura con dichiarazioni accomodanti in linea con le attese che aveva contribuito a creare, riuscendo così ad evitare una reazione troppo brusca dei mercati. I nostri gestori soddisfatti di aver già ridotto il rischio dei portafogli, hanno inoltre approfittato della netta flessione dei mercati per ridurre il sottopeso dei titoli azionari dei paesi emergenti ed accentuare la ponderazione delle obbligazioni societarie USA per i fondi Total Return”.

NUOVA FIAMMATA DELLA VOLATILITÀ – “Dall’inizio di ottobre, gli indici rappresentativi dei mercati azionari globali sono scesi del 5,5%, ma sono rimasti lontani dai minimi di metà settembre, su cui invece sono tornati ad assestarsi i listini dei paesi emergenti e delle azioni europee. Le recenti turbolenze hanno trovato conferma negli indici di volatilità – come il VIX per gli USA e il VDAX per le azioni tedesche – che sono balzati ai livelli più elevati da settembre.La volatilità dunque ha registrato un’impennata analoga a qualche mese fa, alla vigilia del possibile incremento dei tassi negli USA, ma all’epoca le attese per la decisione della Federal Reserve non avevano rappresentato il principale né l’unico fattore alla base di tale andamento. A settembre, infatti, il clima di incertezza era stato accentuato dal rallentamento della crescita dell’economia cinese, dall’improvviso deprezzamento del renminbi e dal ribasso dei prezzi del greggio. Stavolta, invece, i timori interessano la crescita in generale: la flessione dei corsi petroliferi, infatti, potrebbe segnalare un rallentamento della crescita, in particolare poiché anche i prezzi del rame e le tariffe dei trasporti via mare sono scesi. Secondo le nostre previsioni, la crescita globale non accelererà in modo sensibile rispetto ai livelli attuali, ma tendiamo ad escludere che i livelli modesti del prezzo del greggio segnalino un notevole rallentamento dell’attività economica. Gli attuali prezzi del petrolio sono soprattutto da ricondurre ad un eccesso di offerta da parte dei paesi dell’OPEC ed a una scarsa domanda riconducibile alle temperature insolitamente elevate in questo periodo dell’anno”, notano i due gestori. “A nostro parere, il fattore principale alla base della fiammata di volatilità è da individuare nei mercati obbligazionari high-yield, che sono caduti in un circolo vizioso di vendite. La notizia che alcuni fondi d’investimento concentrati sui titoli high-yield avevano dovuto sospendere i riscatti a causa della scarsa liquidità del mercato ha gettato altra benzina sul fuoco. In effetti, dato che il settore energetico rappresenta una quota notevole del mercato high-yield, è possibile che i titoli USA siano stati particolarmente penalizzati dalla flessione del greggio. Gli spread sono balzati a livelli che di solito segnalano una recessione negli USA, ipotesi che gli analisti non prendono in considerazione. A nostro avviso, dunque, l’ondata di vendite sui titoli high-yield USA non è motivata e pertanto abbiamo accentuato la posizione lunga in questo segmento di mercato ma solo per i fondi Total Return, più flessibili”.

BRAVA, SIGNORA YELLEN! – “Naturalmente è troppo presto per giudicare se la Federal Reserve abbia fatto la cosa giusta. Il vigore del dollaro ha già penalizzato le esportazioni e le aziende manifatturiere, ma i punti di forza dell’economia nazionale – e in particolare il miglioramento dell’occupazione e del mercato della casa – sono stati ampiamente in grado compensare tale shock. La stessa Federal Reserve ha messo in evidenza i fattori favorevoli , come la solida crescita di consumi e investimenti e il notevole rilancio del mercato del lavoro. Inoltre, l’inflazione è ancora bassa, ma gli esperti della banca centrale USA si sono dichiarati ottimisti e ritengono che tenderà a raggiungere l’obiettivo del 2%. La decisione di dare un giro di vite prima della fine dell’anno è riconducibile anche allo sfasamento temporale di cui bisogna tener conto tra un rialzo dei tassi e i suoi effetti sull’economia reale. Prolungare l’attesa avrebbe potuto determinare un surriscaldamento dell’economia e un inasprimento molto più brusco nei prossimi mesi”; spiegano van Leenders e Graham. “Ad ogni modo, a nostro parere la decisione della Federal Reserve non va interpretata in senso restrittivo. In effetti, il presidente della banca centrale – Janet Yellen – ha più volte ribadito che il ritmo dei rialzi sarebbe stato graduale e dipendente dall’evoluzione dell’economia, e in particolare dagli andamenti del mercato del lavoro e dei prezzi al consumo. Nel caso l’inflazione restasse bassa, non è escluso che la Federal Reserve faccia una pausa. Per il momento, l’autorità monetaria USA ha scelto di mantenere aperte tutte le opzioni, calmando così i mercati finanziari. Infine per quanto riguarda le obbligazioni, i rendimenti a due e cinque anni sono rimasti sostanzialmente invariati, il dollaro ha registrato un lieve rialzo su euro e yen ed alla fine anche i mercati azionari hanno riguadagnato terreno”.

USA: CONSUMI IN RIPRESA – “I consumi delle famiglie americane sono stati fiacchi nei mesi di settembre e ottobre, con un andamento inatteso se si considera il sensibile aumento del reddito reale disponibile. La fiducia dei consumatori si è indebolita negli ultimi tempi, ma le vendite al dettaglio sono migliorate, e in particolare la componente core al netto di prodotti alimentari ed energetici su base annua e su base trimestrale annualizzata. Tale andamento dovrebbe essere rassicurante per la Federal Reserve che ne tiene conto nel valutare la traiettoria dei tassi d’interesse in prospettiva”, sottolineano i gestori. “Anche gli ultimi dati relativi all’inflazione hanno confortato la scelta di un rialzo dei tassi d’interesse, in particolare quelli relativi all’inflazione core . Tuttavia non si può certo dire che l’obiettivo della Federal Reserve sia stato raggiunto: infatti il deflatore PCE è rimasto stabile all’1,3% su base annua da gennaio ad ottobre, nettamente al di sotto dell’obiettivo d’inflazione del 2% fissato dalla banca centrale”.

ZONA EURO: L’ECONOMIA TIENE – “In questo quadro turbolento, l’economia dell’area dell’euro sta tenendo bene. La produzione industriale, infatti, pare destinata a crescere nel quarto trimestre in misura maggiore rispetto ai trimestri precedenti, come indica il PMI manifatturiero, salito ai massimi dall’aprile 2014. L’industria tedesca che è imperniata sulla produzione di beni capitali, potrebbe essere penalizzata dalla frenata dei paesi emergenti e, in effetti, la crescita in questo segmento di mercato ha ristagnato. Invece, negli ultimi tempi Francia, Italia, Spagna e Irlanda stanno traendo vantaggio dall’indebolimento dell’euro, e in particolare il PMI manifatturiero è migliorato in Francia. Il settore dei servizi dell’area dell’euro è in crescita, e come mostra il relativo PMI che si è “arrampicato” oltre la media di lungo periodo, mentre il PMI dei servizi in Francia ha perso terreno, forse a causa dei recenti attentati terroristici di Parigi. Altri segnali positivi per l’economia dell’area dell’euro sono rappresentati dall’impennata delle immatricolazioni di auto nuove e dall’aumento dell’occupazione nel terzo trimestre. È poco probabile che la politica monetaria nell’eurozona possa cambiare in tempi brevi, sebbene la BCE abbia ribadito più volte che è in grado ed è disposta a fornire ulteriori stimoli nel caso l’inflazione non raggiungesse l’obiettivo del 2%”, notano i gestori. ASIA:

EXPORT DEBOLE MA LA CINA SI STABILIZZA – “I dati in arrivo dalla Cina, nel complesso, hanno mostrato un’economia che si va stabilizzando: la produzione industriale è salita al ritmo più rapido degli ultimi cinque mesi, la crescita delle vendite al dettaglio ha accelerato e le immatricolazioni di auto nuove hanno fatto un balzo del 23,7% su base annua. Gli investimenti sono rimasti stabili, zavorrati dalla crescita anemica nel settore dell’edilizia abitativa. Le misure di stimolo monetarie e fiscali stanno avendo effetti favorevoli, ma sebbene l’accelerazione del credito sia in grado di avere effetti positivi nel breve periodo, a lungo termine appesantisce i timori per gli alti livelli d’indebitamento. In Giappone, la valutazione della situazione attuale rilevata dall’indagine trimestrale Tankan, ha tenuto bene nel quarto trimestre, mentre la componente relativa alle prospettive è peggiorata sia nel settore manifatturiero che in quello dei servizi e per le imprese di tutte le dimensioni. Tali indicazioni sfavorevoli, non dovrebbero riflettersi sulla crescita reale del PIL prima del secondo trimestre dell’anno prossimo, ma nel complesso i dati al momento non segnalano una forte ripresa dell’economia”, commentano Graham e van Leenders. “Stiamo analizzando con attenzione i dati relativi al commercio estero per individuare segnali di recupero dei paesi emergenti. Sinora senza successo: Brasile, Cile, Cina, India, Corea del Sud e Taiwan hanno registrato un netto calo del valore dell’export in USD. La flessione è stata meno netta nelle valute locali, ma non si distacca molto dalla tendenza osservata a partire da marzo”.

ALLOCAZIONE DEGLI ATTIVI: ACQUISTI DI TITOLI IN RIBASSO – “Avevamo già ridotto il rischio del portafoglio nelle ultime settimane, ma a nostro parere le recenti correzioni di mercato hanno aperto nuove opportunità. In questo quadro abbiamo aumentato l’esposizione verso i titoli high-yield USA, mentre la riduzione del sottopeso nelle azioni dei paesi emergenti rispetto all’allocazione strategica degli attivi è stata adottata in funzione di copertura in caso di nuove turbolenze di mercato. Infatti, le economie in via di sviluppo paiono in fase di stabilizzazione – soprattutto in Asia – e se si considera l’attuale posizionamento molto negativo del mercato in questo segmento è possibile che le azioni emergenti risalgano dai minimi toccati negli ultimi tempi”, concludono i gestori.

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