Consultinvest: c’è bisogno di tornare alle radici

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di Chiara Merico 11 Febbraio 2016 | 13:30
Per ridare fiducia ai mercati serve un ritorno alle “origini” del pensiero economico moderno. Lo sostiene la società guidata da Maurizio Vitolo.

I MERCATI NON CREDONO PIU’ ALLE BANCHE CENTRALI – “Pare proprio che i mercati non credano più alle banche centrali e stiano mettendo in dubbio le potenzialità delle loro politiche monetarie super espansive”, è la visione di Consultinvest, la società guidata da Maurizio Vitolo. “Il crollo dei listini e la volatilità sperimentata nelle ultime settimane ne sono una conferma. Il mercato non crede più ad una Fed che alza i tassi quest’anno e anzi prova a cautelarsi da quello che giudica potrebbe essere un enorme errore. In effetti la Fed avrebbe dovuto iniziare ad alzare i tassi prima, nel 2013 o nel 2014, quando il tono dell’economia Usa era migliore. Ora potrebbe essere costretta a farlo nel momento peggiore dovendo recuperare spazi di manovra futuri. Non solo, sta prendendo piede l’idea che tassi d’interesse negativi e mega immissioni di liquidità non solo non sono in grado di stimolare la domanda, ma non riescono neppure più a sostenere i mercati come accadeva solo pochi mesi fa. E’ il caso delle promesse fatte da Draghi a dicembre e poi ripetute a gennaio e della successiva risposta dei mercati”.

TORNARE ALLA LEZIONE DI KEYNES – Per Consultinvest “c’’è un gran bisogno di ritorno alle radici, alle basi dell’economia politica, abbandonando la convinzione che la politica monetaria e il mero controllo dell’inflazione e delle sue aspettative abbiano da sole la capacità di creare effetti economici reali. L’unica istanza in cui queste politiche monetarie posso avere un ruolo positivo determinante è quello di poter rimuovere dal mercato il panico da crisi creditizia (come accadde tra il 2008 e il 2009 negli Usa), ma non certo quello di spingerlo a generare maggiore crescita economica quando questa è frenata da altri fattori strutturali. Si deve, invece, tornare alla lezione di maestri del pensiero economico come J.M. Keynes, le cui idee sono state ingiustamente strumentalizzate e travisate negli ultimi anni che sono stati ideologicamente dominati da politiche economiche cd keynesiane moderne (per capirci quelle suggerite dal P. Krugman degli ultimi anni) che in comune con il pensiero di JM Keynes hanno solo l’interventismo governativo nell’economia, questa volta limitato a quello anticiclico della sola banca centrale. Con le dovute differenziazioni legate ai tempi, i problemi di bassa crescita economica sperimentati in questi anni sono stati già ben delineati negli anni ’30 nella Teoria Generale di JM Keynes e possono sintetizzarsi in una carenza di investimenti rispetto al risparmio finanziario e (aggiungiamo noi) in una eccessiva concentrazione di reddito e ricchezza che frena la domanda interna. Keynes rilevava che il consumo non cresce proporzionalmente al reddito mentre il risparmio sì; e che gli investimenti non sono determinati dal livello marginale dei tassi d’interesse che il mercato o la banca fissa, ma dal loro ritorno atteso che dipende da altri fattori. L’azione delle banche centrali con il loro attivismo monetario sperimentale ha generato una vera e propria trappola della liquidità keynesiana”.

RITORNO ALLLE ORIGINI DEL PENSIERO ECONOMICO
– “L’apprezzamento dei mercati azionari e obbligazionari, da loro artificialmente generato, ha dato l’errata sensazione che la crescita economica fosse in rampa di lancio. Invece molti sono i problemi irrisolti. E’ quindi arrivato il momento di tornare al vero pensiero di Keynes, la cui ricetta per il rilancio economico era incentrata sull’impiego della spesa per investimenti (pubblici) e sul corteggiamento degli “Animal Spirits” imprenditoriali e non su tassi d’interesse negativi o su di una continua espansione dell’offerta di moneta, inutile in un contesto di “trappola della liquidità” determinata da tassi scesi a zero o negativi e da una liquidità super abbondante. E’ arrivato il tempo di togliere peso politico alle politiche monetarie di controllo dell’inflazione e di far entrare in campo quelle di sviluppo e di redistribuzione del reddito. Si deve tornare a dare importanza alla politica fiscale e alla sua composizione. Certo, oggi non tutti i Paesi possono permetterselo, ma molti, e di peso, sì”, sottolinea Consultinvest. “A partire dagli Usa che scenderanno sotto il 3% di rapporto deficit / Pil nel 2016 e quindi hanno rinnovata capacità fiscale, o alla GB che ha mostrato buoni risultati nella correzione del suo deficit post 2008, per arrivare alla Germania che è già un avanzo. Il mezzo migliore è quello di incentivare fiscalmente gli investimenti e aumentare la progressività del prelievo fiscale per liberare reddito disponibile in quelle fasce che maggiormente sono in grado di far crescere i consumi. Tutti gli altri Paesi che non hanno capacità fiscale – perché devono ancora stabilizzare il proprio debito pubblico o il loro deficit (e pensiamo soprattutto a quelle dell’Unione Monetaria) – debbono e possono riequilibrare la composizione delle loro manovre fiscali, modulando la spesa, riducendo l’evasione, incentivando gl’Investimenti e la redistribuzione del reddito all’interno di un serio e rigoroso controllo dei saldi nel bilancio pubblico che non abbiamo dubbi passerebbe anche lo scrutinio della Commissione Europea. Per ridare fiducia ai mercati serve urgentemente questo ritorno alle “origini” del pensiero economico moderno”.

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