Consultinvest: uragani, non una buona notizia per i bond Usa

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Chiara Merico di Chiara Merico 14 Settembre 2017 | 08:51
I danni totali di Harvey e Irma dovrebbero ammontare ad una cifra in grado di raggiungere persino i 300 miliardi di dollari, ovvero un 1,6% dell’attuale Pil Usa.

L’IMPATTO DEGLI URAGANI – Le stime degli analisti dicono che tra l’uragano Harvey e Irma, il più forte mai registrato sulle coste USA, i danni totali dovrebbero ammontare ad una cifra in grado di raggiungere persino i 300 miliardi di dollari, ovvero un 1,6% dell’attuale Pil Usa, sottolinea una nota di Consultinvest. Si tratta di una somma ingente, soprattutto se si pensa che dagli anni ‘60 al 2016 il costo cumulato dei danni prodotti dagli uragani non ha superato i 540 miliardi di dollari (in dollari attualizzati) e che Katrina costò “solo” 133 miliardi di dollari. Ovviamente la devastazione portata da queste due tempeste (e potrebbe essercene anche una terza, Jose, che sta viaggiando al largo dei Caraibi) creerà danni importanti all’economie di Texas e Florida (oltre a quelle già devastate delle Antille Inglesi e Francesi). Ma, come già anche in passato, l’impatto sul mercato azionario e finanziario USA, potrebbe essere di breve intensità e durata: la banca d’affari JPM ha stimato che storicamente i grandi disastri hanno avuto impatti negativi sul mercato azionario che, misurati in 14 giorni a cavallo del disastro, hanno mediamente avuto un impatto massimo del -2.8%. Questa relativa tenuta dipende dalle aspettative degli operatori e cioè dal fatto che nel medio e lungo termine la necessità di ricostruire fa accrescere il livello di attività economica e darà un impulso inatteso al PIL. Infatti, dovendo ripristinare velocemente infrastrutture, industrie e case, l’impulso della ricostruzione spingerà l’economia di un Paese al pari di come farebbe una violenta ripresa degli investimenti fissi che stimolando l’attività di settori produttivi ad elevata intensità tanto di capitale che di lavoro sono in grado di produrre una elevata efficacia del capitale finanziario impiegato.

L’ELEMENTO CHIAVE – Quello di una pronta ed elevata disponibilità finanziaria è – insieme all’efficienza e alla capacità organizzativa di un Paese – l’elemento essenziale che fa la differenza tra riuscire a trasformare in positivo un evento tanto distruttivo e il farsi trascinare in un baratro di depressione economica, come invece accaduto numerose volte in regioni altamente non sviluppate e prive di un significativo accesso al credito i cui disastri naturali sono stati l’inizio di un declino strutturale (es. Haiti). Sotto questo profilo le prime mosse di Washington lasciano finalmente ben sperare: l’accordo tra il Presidente Trump e i Democratici sul tetto al debito pubblico (innalzato e rimandato a fine anno) e sugli stanziamenti per le emergenze create da Harvey lasciano presagire che la disfunzionalità politica vista tra Casa Bianca e Congresso possa essere messa da parte, creando i presupposti per veloci e ampi pacchetti di rifinanziamento della ricostruzione. Quindi, se queste tragedie possono portare nel breve termine a significativi cali di attività economica, nel medio termine portano ad un miglioramento delle prospettive di crescita economica che si rivela positivo anche per il mercato azionario.

PREVISTE ROTAZIONI SETTORIALI – Naturalmente non dovremo sorprenderci se l’impatto degli uragani provocherà intense rotazioni settoriali nel breve periodo. Le assicurazioni ovviamente saranno penalizzate in modo deciso, vista la magnitudo dei danni, al pari di settori con rilevanti infrastrutture produttive (Utilities, Telecom & Cable) o ricettive (catene di hotel/resort), come pure Industrie fortemente dipendenti da impianti molto localizzati nelle aree colpite o i produttori di beni di lusso. Si avvantaggeranno invece i settori da subito impattati positivamente dalle emergenze della ricostruzione e che la cui produzione è molto delocalizzata: energetici, logistica e distribuzione, auto, materiali di costruzione e servizi ingegneristici. Ovviamente nel medio termine avremo un impatto negativo sul deficit federale di cui la FED potrebbe dover tenere conto nelle prossime decisioni di policy, portandola a considerare opportuna una nuova stretta monetaria a dicembre, cosa che modificherebbe nuovamente le attese che si erano andate formando durante l’estate e che potrebbe dare sostegno anche al dollaro. Per questo motivo riesce difficile capire la direzione del mercato obbligazionario USA che negli ultimi giorni ha visto il rendimento del Treasury decennale scendere al livello di 2.04% (che implicherebbe una FED ferma sui tassi almeno per tutto il 2018) e toccare lo zero per quello implicito reale, deflazionato con le attese d’inflazione. Un rally non solo poco coerente con le prospettive economiche positive della ricostruzione e di un deficit destinato a salire ben oltre il 2,8% del PIL – dove le stime “bipartisan” base del Congressional Budget Office lo vedrebbero per il 2018 – diventando più rilevante per le decisioni future della FED, ma anche poco allineato e coerente a dati ciclici globali che sono in rafforzamento, conclude la nota.

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