Brexit, Consultinvest: e se fosse la UE a perderci?

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di Chiara Merico 12 Luglio 2016 | 09:34
Per la società guidata da Maurizio Vitolo il voto del 23 giugno apre un vero e proprio vaso di Pandora politico per la UE.

EVENTO SPIAZZANTE – “Non c’è dubbio che il risultato referendario del 23 giugno scorso sia stato un evento spiazzante in assoluto. Infatti, per quanto incerto fosse l’esito risultante dai sondaggi condotti, erano pochi coloro che ritenevano probabile e ragionevole una vittoria della Brexit, poiché uscire dall’Unione dopo 43 anni di convivenza – per quanto difficile e sempre mal digerita – avrebbe comportato il passaggio attraverso un caos normativo, diplomatico e politico”, spiega una nota di Consultinvest, la società guidata da Maurizio Vitolo. “E infatti caos politico è quello che abbiamo avuto da subito con le dimissioni del premier conservatore Cameron che ha aperto una crisi di successione nel partito dove le principali figure artefici della campagna referendaria hanno dovuto lasciare (Michael Gove e Boris Johnson). Si è così aperta una lotta interna che lascerà ferite profonde e che solo ora pare risolversi con la scelta di una candidata, Theresa May, che, per quanto euroscettica ha anche evitato di fare campagna elettorale pro Brexit. Lo stesso partito laburista è in piena crisi d’identità con il suo poco amato leader sfiduciato dal partito ma non ancora disposto a dimettersi. Tuttavia se a qualcuno dovesse balenare l’idea che il voto abbia portato il caos solo in GB, forse è meglio che ci ripensi ed eviti di farsi ingannare dal clima di tranquillità e compostezza che i mercati finanziari hanno mostrato dopo sole poche sessioni, forti delle rassicurazioni delle banche centrali: la BoE viene già data pronta a portare i tassi a zero e a riaprire dopo diversi anni il suo QE e la FED, dopo i recenti commenti, non viene vista alzare i tassi almeno fino a fine anno”.

UN VASO DI PANDORA – “Il voto del 23 giugno apre un vero e proprio vaso di Pandora politico per la UE, che temiamo sia il protagonista di questa vicenda che avrà più da perdere in futuro”, prosegue la nota. “Se il clima politico in GB è diventato complesso e teso, nella UE i primi segnali sono a dir poco confusi e certamente non incoraggianti. In primis non ci pare si sia ancora delineata una linea politica o un principio comune da tenere nei futuri negoziati con la GB. E’ ben vero che la prima mossa spetterà alla GB che dovrebbe attivare la procedura di separazione (il famoso Art. 50 del Trattato di Lisbona che disciplina le modalità di uscita in un biennio da parte di un Paese membro). Ma ci sembra che manchi ancora un quadro di riferimento ‘ideale o filosofico’ di impronta politica e diplomatica su come la UE voglia e debba rapportarsi e muoversi sui futuri rapporti con la GB. Anzi ci pare che per ogni Paese inizino a delinearsi filosofie e approcci differenti, guidati principalmente da interessi o paure nazionali. Abbiamo già visto come la posizione divorzista e intransigente del presidente della Commissione Juncker sia stata messa in minoranza. La Germania infatti pare prediligere una posizione un po’ più attendista e moderatamente possibilista verso lo spinoso tema dell’interscambio commerciale e della libera circolazione di merci e servizi (il tema che interessa di più anche alla GB) poiché è il Paese che ne sarebbe commercialmente più colpito. La Francia già coltiva la prospettiva non solo di avere il francese come lingua franca dell’Unione come lo era ai tempi della “Communauté Européenne du Charbon et de l’Acier, la CECA degli anni ‘50 – immaginate le difficoltà linguistico-letterarie che ciò provocherebbe a Bruxelles nella maggioranza dei rappresentanti non francofoni – ma anche e soprattutto di poter trasformare Parigi nel nuovo “Hub” Finanziario Europeo grazie alla molto probabile eliminazione o limitazione del passporting finanziario accordato a Londra e approfittando delle difficoltà del sistema bancario tedesco”. Per alcuni Paesi, come la Spagna, con la sua questione catalana, esiste il problema di evitare pericolosi precedenti che rendano facile e magari conveniente staccarsi dalla UE per guadagnarsi maggiore indipendenza, anche se Rajoy dovrebbe stare tranquillo poiché essere parte della moneta unica ha creato per i Paesi membri meccanismi squisitamente tecnici estremamente vincolanti e autobloccanti all’interno dell’Unione, in grado di annichilire qualsiasi volontà politica e/o popolare”, continua l’analisi di Consultinvest. “Mentre per altri, come la Francia con il FN di Marine Le Pen il tema immigrazione, su cui la UE è stata poco reattiva, verrà cavalcato come fattore trainante una campagna elettorale e poi referendaria che proverà a riproporre il tema dell’uscita dalla UE.Quindi se il voto inglese ha creato divisioni e scompiglio in GB, non meno scompiglio e divisione ci aspettiamo crei nella UE nei prossimi mesi, con l’effetto di aumentare l’incertezza e ridurre la crescita economica già bassa”.

UN DIVORZIO NETTO? – “Pensare che la soluzione di un divorzio veloce e netto – con la negazione di qualsiasi forma di compromesso sulle presumibili ambizioni inglesi di avere rapidamente un accordo commerciale di libero scambio con la UE – sia la cosa migliore, sarebbe un grosso errore. Basta infatti ricordarsi che per la GB si tratta di un grosso problema politico nazionale, mentre per la UE di un grosso problema politico trans e sovranazionale molto più complesso da gestire. Oppure limitarsi ad analizzare i dati di commercio estero della GB per vedere come una guerra tariffaria sarebbe un danno maggiore per la UE di quanto non lo sarebbe per la GB. Con i suoi 85 miliardi di sterline di deficit commerciale nel 2015 quasi nessun Paese della UE può vantare un deficit commerciale con la GB su cui speculare per migliorare il suo export . Per coloro che volessero obiettare che in realtà sono i Servizi la voce di maggior interesse per la GB – e ciò è difficile negarlo, soprattutto con una visione “Londracentrico finanziaria” – possiamo solo limitarci a ricordare che nel 2015 il saldo da bilancia dei pagamenti del trade & services tra GB e UE è stato di esportazioni nette della UE verso la GB per 67,8 miliardi di sterline, ovvero una leggera diminuzione rispetto a quello dei soli beni e non certo una sua inversione. Anzi se si guarda al trend pare sempre più chiaro che la UE risulti progressivamente meno rilevante per l’interscambio della GB rispetto ai paesi non UE. Quindi un po’ per le persistenti difficoltà del settore bancario europeo e un po’ per questa sensazione che l’affaire Brexit possa essere più uno svantaggio per la UE che non per la GB, continuiamo a stare molto cauti sui mercati europei, più cauti di quanto le loro valutazioni giustificherebbero, preferendogli semmai esposizione verso alcuni Paesi emergenti come, per esempio, quelli latino-americani (Brasile, Argentina) che pensiamo siano entrati in una fase di importante turnaround”, conclude la nota.

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