Pictet: debito emergente, dieci anni di acque agitate

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di Chiara Merico 25 Luglio 2016 | 07:56
Simon Lue-Fong, head of emerging markets debt di Pictet Asset Management, analizza la situazione del settore.

Quali sono le opportunità per quanto riguarda il debito dei Paesi emergenti? Simon Lue-Fong, head of emerging markets debt di Pictet Asset Management, analizza la situazione del settore.

Com’è cambiato il contesto del debito emergente negli ultimi dieci anni?

Sono tempi insoliti. Dieci anni fa i cicli del debito emergente erano caratterizzati per lo più da forti alti e bassi. Ma allora i ribassi avevano vita relativamente breve. Le correzioni duravano al massimo un anno e poi seguiva immancabilmente un rally. Ora invece il debito in valuta locale evidenzia un andamento decisamente diverso: gli anni di flessione sono già tre. La durata di questa fase ha colto alla sprovvista molti investitori, i quali hanno intravisto il punto di inversione con troppo anticipo e ora pagano le conseguenze. Sono orgoglioso di poter affermare che noi siamo riusciti a gestire la situazione nel modo giusto, probabilmente perché abbiamo individuato i fattori macroeconomici responsabili della flessione delle divise emergenti, che a loro volta hanno trainato al ribasso il debito in valuta locale. La debolezza dei cambi si deve a una crescita insolitamente fiacca. Tra l’inizio degli anni ’90 e il 2012, l’espansione delle economie emergenti è risultata inferiore alla media dai 2 ai 6 trimestri al massimo. Ma ora, in base al modello dei nostri economisti, siamo arrivati a 15 trimestri consecutivi. È interessante notare che questo periodo eccezionalmente lungo di sottoperformance riguarda solo il debito emergente in valuta locale. Quello in valuta forte non ha mai superato i 12 mesi di flessione.

Ci sono segnali che indicano una prossima conclusione di questa fase?

L’economia non è abbastanza robusta. E nel breve periodo non vedo da dove potrebbe venire la crescita, dal momento che non sembrano esserci fonti interne o esterne. I Paesi emergenti dipendono molto dall’entità degli stimoli monetari e fiscali che riescono a varare, che è poi il motivo per cui tutta la pressione dei cambiamenti economici si riversa sulle valute. La domanda interna è già relativamente robusta e un incremento dei finanziamenti pubblici o privati non potrà aumentarla più di tanto. Un aiuto potrebbe però venire dall’esterno. Tra i vari dati che monitoriamo, prestiamo particolare attenzione alle esportazioni nominali, che presentano un’elevata correlazione con la crescita del PIL e l’andamento delle valute. La crescita delle esportazioni nominali delle economie emergenti non ha ancora recuperato pienamente dal crollo iniziato nella seconda metà del 2011. In passato, quando gli Stati Uniti incespicavano, l’Europa o il Giappone avanzavano. Negli ultimi tempi è entrata in gioco anche la Cina. Ora, tuttavia, gli USA sono in affanno, l’Europa ha le sue difficoltà, il Giappone non riesce a decollare nonostante 25 anni di sforzi e in Cina le autorità stanno pianificando una graduale decelerazione nel tentativo di ribilanciare l’economia. All’orizzonte non c’è nessuna nuova Cina. Il Brasile non è un candidato, anche se fino a poco tempo fa tutti lo credevano il nuovo Eldorado. E non lo è neppure l’India, penalizzata dall’eccesso di burocrazia.

Dove cercare allora? Chi può generare crescita?

A questa domanda non c’è ancora una risposta chiara fisso come un unicum anziché separare nettamente mercati avanzati e mercati emergenti? SLF. Quando abbiamo costituito il comparto 10 anni fa, gli investitori istituzionali non avevano un’apposita categoria per il debito emergente. Eventuali titoli di questo tipo venivano classificati sotto un’altra categoria. Ora hanno tutti un’allocazione specifica del 2-3% circa. Talvolta la classificazione dei mercati emergenti sembra poco logica. Ad esempio, perché un membro dell’Unione Europea come la Polonia viene considerato un’economia emergente? Per altri Paesi invece, come il Venezuela, ha senso mantenere l’etichetta di mercato in via di sviluppo. Il debito emergente è sicuramente destinato ad assumere maggior rilievo nei portafogli, soprattutto alla luce dell’inarrestabile diminuzione dei rendimenti offerti dalle regioni avanzate. Il mercato del debito locale cinese, ad esempio, è ampio e rodato, ma non fa ancora parte degli indici internazionali. Noi vi abbiamo accesso, poiché investiamo anche off benchmark. Ma quando il debito cinese sarà inserito nei principali indici obbligazionari (le autorità locali hanno già fatto i primi passi per aprire il mercato offshore), gli investimenti aumenteranno ancora e l’asset class occuperà porzioni sempre più ampie dei portafogli degli investitori.

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