Bnp Paribas IP: prospettive incerte per la politica monetaria

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Per Joost van Leenders, chief economist del team Multi asset solutions, nell’allocazione degli attivi permane l’orientamento difensivo, mitigato da un nuovo sovrappeso nelle small-cap rispetto alle large-cap Usa.

Chiara Merico di Chiara Merico25 agosto 2016 | 07:30

CLIMA SERENO – “Nel corso dell’estate, ha prevalso un clima sereno sui mercati finanziari. L’indice S&P 500 si è attestato vicino ai massimi storici, e le azioni dei paesi emergenti sono risalite rispetto ai minimi di gennaio”, spiega Joost van Leenders, chief economist del team Multi asset solutions di Bnp Paribas IP. “I rendimenti bassi dei titoli di Stato continuano a spingere gli investitori verso altri segmenti di mercato alla ricerca di remunerazioni più elevate, e dunque gli spread sulle obbligazioni societarie e sul debito emergente si sono ulteriormente ridotti. La distribuzione degli attivi difensiva non ha subito modifiche di rilievo, ma sul mercato statunitense abbiamo adottato una posizione sovrappesata nel segmento delle small-cap rispetto alle aziende ad elevata capitalizzazione, a parziale copertura del nostro atteggiamento prudente”.

PROFITTI SOCIETARI: I MERCATI SI FOCALIZZANO SUI FATTORI POSITIVI – “Negli Stati Uniti, la percentuale di imprese che nel secondo trimestre ha pubblicato utili superiori alle attese è risultata più alta della media, ed anche per quanto riguarda le vendite, i dati superiori alle stime sono saliti per il terzo trimestre consecutivo. Tuttavia, in termini assoluti sia l’incremento delle vendite che quello degli utili per azione (EPS) risultano ancora negativi su base annua, e le imprese sono state in grado di ottenere risultati superiori alle previsioni, solo perché queste ultime erano abbastanza modeste. I settori dell’energia e dei materiali di base hanno fatto nuovamente registrare i risultati peggiori in termini di crescita di vendite e di EPS – facendo segnare flessioni percentuali – ma anche i profitti e/o le vendite nei settori dei finanziario, tecnologico e dei servizi di pubblica utilità sono scesi su base annua. Nel complesso gli EPS sono in calo su base annua, sebbene in misura minore rispetto ai due trimestri precedenti e – in particolare in Europa – i tassi di crescita annua relativi a vendite ed EPS sono restati saldamente in territorio negativo”, prosegue van Leenders. “Tuttavia, il rialzo degli indici ha spinto verso l’alto i multipli di mercato ed adesso i nostri esperti ritengono che i titoli azionari internazionali siano diventati abbastanza cari, anche se si collocano ancora su livelli non eccessivi: in base al nostro modello di sconto dei dividendi, i mercati di Stati Uniti e Gran Bretagna sono costosi, mentre il Giappone e la Germania presentano quotazioni più eque. Inoltre, i nostri analisti valutano con prudenza le prospettive reddituali delle imprese: le aspettative sono troppo elevate ed è probabile che vi siano nuove correzioni al ribasso. Negli USA, il settore societario è penalizzato da un accumulo delle scorte, ma vi sono dei segnali che lasciano pensare a uno smaltimento degli stock in tempi brevi, tuttavia è probabile che i margini di profitto delle società siano ormai ai massimi e non possano crescere oltre. In Europa, gli utili potrebbero risentire di pressioni al ribasso nel settore bancario, mentre in Giappone la forza della valuta penalizza i profitti”.

POLITICHE MONETARIE: DIBATTITO IN CORSO – “Il dibattito sulle prospettive della politica monetaria ruota attorno a due incognite in primo piano: le eventuali novità a breve termine e le opzioni a disposizione in una prospettiva di più lungo periodo. Per quanto riguarda il breve periodo, l’attenzione si è focalizzata sull’eventualità di un nuovo rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve prima della fine dell’anno e sulla data più probabile: settembre o dicembre. Negli ultimi tempi, vari funzionari della Federal Reserve hanno accennato ad un imminente rialzo, ma i verbali della riunione di giugno dell’FOMC mostrano, che i membri di questo organismo rimangono divisi. Ad ogni modo, se la crescita e il mercato del lavoro continuano a tenere, come crediamo che faranno, un rialzo dei tassi verso la fine dell’anno è tutt’altro che escluso. Il dibattito sulle prospettive di breve periodo della politica monetaria della BCE si è alquanto placato: la banca centrale pare soddisfatta dagli ultimi sviluppi della situazione economica e dei risultati ottenuti attraverso il dispiegamento delle misure monetarie. Tuttavia, l’inflazione resta abbastanza bassa, e ciò potrebbe giustificare nuove misure di allentamento, che molto probabilmente prenderanno la forma di un prolungamento del programma di acquisto di attivi della BCE oltre marzo 2017″, continua van Leenders. “In Giappone, l’inflazione è ancora inferiore all’obiettivo del 2% fissato dalla banca centrale, e la data entro cui raggiungere questo traguardo è stata già rinviata parecchie volte: lo status quo persiste ostinatamente, malgrado il massiccio allentamento quantitativo e i tassi di interesse negativi. La Banca del Giappone ha annunciato che pubblicherà a breve una valutazione complessiva della propria politica monetaria in occasione della riunione dei vertici dell’istituto in settembre, tuttavia le possibili implicazioni di tale iniziativa non paiono chiare. La banca centrale nipponica potrebbe allungare nuovamente i tempi per raggiungere l’obiettivo d’inflazione, modificare l’obiettivo e/o accelerare gli acquisti di attivi. In una recente intervista, il governatore della Banca del Giappone – Kuroda – non ha escluso la possibilità di nuovi tagli dei tassi. Per quanto riguarda le prospettive di più lungo periodo della politica monetaria, in una situazione caratterizzata da un aumento molto lento dei prezzi al consumo e da attese d’inflazione basse, gli esperti si chiedono cosa altro potrebbero fare le banche centrali: forse potrebbero puntare a incidere direttamente sui prezzi o sul PIL nominale, consentendo una temporanea fiammata dell’inflazione, oppure potrebbero erogare liquidità direttamente al settore privato – famiglie e imprese – al fine di stimolare la spesa. Le ipotesi di lungo periodo che circolano lasciano pensare che i tassi rimarranno su bassi livelli ancora per qualche tempo, e ciò ha spinto gli investitori a cercare remunerazioni più elevate, trainando al rialzo i mercati azionari. Le banche centrali dispongono di margini di manovra sempre più ristretti, e l’attenzione dei mercati si sta focalizzando sugli incentivi fiscali e la spesa pubblica; strumenti che sono già stati varati in Giappone e che forse saranno impiegarti in Gran Bretagna. Intanto negli USA entrambi i candidati alle presidenziali si sono espressi a favore di un programma di investimenti in infrastrutture”.

ALLOCAZIONE DEGLI ATTIVI: SOVRAPPESO NELLE SMALL-CAP RISPETTO ALLE LARGE-CAP USA – “La distribuzione degli attivi prudente non ha subito modifiche sostanziali, e permane dunque il sottopeso nel comparto azionario dei paesi avanzati rispetto alla posizione della liquidità. A nostro avviso le azioni sono lievemente sopravvalutate e le prospettive economiche appaiono abbastanza fosche, malgrado gli effetti chiaramente favorevoli della politica monetaria. Gran parte dei titoli di Stato dei paesi avanzati presenta rendimenti negativi, e tale situazione sospinge gli investitori verso strumenti che offrono rendimenti più elevati e rischi maggiori, come obbligazioni societarie, debito dei Paesi emergenti e azioni. Tuttavia secondo i nostri esperti, le prospettive reddituali delle imprese sono sfavorevoli e riteniamo probabili nuove correzioni al ribasso delle stime degli analisti al riguardo. Inoltre, deteniamo posizioni sottopesate nel debito emergente in valuta forte rispetto ai titoli di Stato USA. Gli spread hanno continuato a ridursi, ma i nostri analisti non ritengono che tale trend sia giustificato da un miglioramento dei fondamentali. A nostro avviso, le azioni e le obbligazioni dei paesi emergenti stanno scontando una ripresa più rapida rispetto alle probabilità reali e a tale riguardo il gestore ha assunto una posizione sottopesata anche nel comparto delle materie prime. Nel segmento dei titoli di Stato privilegiamo le emissioni degli Stati Uniti rispetto a quelle della zona euro: in effetti, i rendimenti sono più elevati negli USA e una curva dei tassi più ripida offre rendimenti supplementari. Inoltre, i nostri esperti rilevano ancora dei rischi sia per la crescita economica che per il deterioramento della situazione politica in alcuni Stati periferici dell’area dell’euro. Sempre nel comparto obbligazionario, il gestore punta sui titoli indicizzati all’inflazione dell’eurozona rispetto a quelli che offrono rendimenti nominali: in effetti le attese d’inflazione integrate da questa tipologia di titoli sono estremamente basse, tuttavia pur non ritenendo imminente un incremento dell’inflazione nell’area dell’euro, pensiamo che il mercato di questi titoli abbia esagerato un po’, con attese troppo basse. Un aumento dell’inflazione complessiva riconducibile a effetti base legati al prezzo dell’energia potrebbe innescare un aumento delle attese al riguardo. La novità nell’ambito dell’allocazione degli attivi è rappresentata da un sovrappeso nel segmento delle small-cap rispetto alle large-cap USA: in effetti, a nostro avviso le aziende a bassa capitalizzazione presentano prospettive reddituali più favorevoli ed al contempo hanno gradualmente iniziato a recuperare il ritardo di performance e registrano un miglioramento dei multipli di mercato rispetto alle imprese di maggiori dimensioni. Inoltre, le operazioni di fusione e acquisizione sono positive per le azioni a bassa capitalizzazione. Infine, questa posizione – che dovrebbe beneficiare di un contesto caratterizzato dalla propensione al rischio – è da considerare come una copertura a fronte di una distribuzione degli attivi complessivamente prudente”, conclude van Leenders.


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