Le Saux (Syz Asset Management): “Perché puntare sul Giappone”

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Chiara Merico di Chiara Merico 18 Dicembre 2017 | 12:41
Dopo cinque anni di mandato per il primo ministro Shinzo Abe alla guida del governo e per Haruhiko Kuroda al timone della Banca del Giappone, il Paese si trova in una situazione economica solida, con il tasso di disoccupazione ai minimi da 25 anni, al 2,8%.

Il Giappone è ormai fuori dal “decennio perduto” e rappresenta una buona opportunità per gli investitori europei, specie in ottica di diversificazione del portafoglio. Bluerating.com ne ha parlato con Joël le Saux, portfolio manager del fondo Oyster Japan Opportunities di Syz Asset Management.

Cosa caratterizza l’attuale situazione dei mercati finanziari in Giappone?

Il mercato giapponese gode di un buon momento, in particolare dalla fine della scorsa estate, trainato dai buoni guadagni. Un’altra ragione di questa buona performance è data dal fatto che le valutazioni di mercato sono state più basse rispetto a quelle delle azioni di Usa ed Europa. La crescita dell’azionario giapponese – che da settembre ha visto il Topix guadagnare il 10%e il Nikkei 225 il 15% – è stata guidata dagli investitori stranieri, in particolare europei: tre quarti dei nuovi acquisti arrivano infatti dall’Europa, probabilmente grazie alle basse valutazioni e alla scarsità di opportunità su altri mercati. Adesso si può dire che il mercato è valutato al prezzo giusto: ci troviamo in una situazione di “goldilocks”, vale a dire che il mercato non è né troppo caro, né troppo economico, ma giusto nel mezzo.

Dal punto di vista macroeconomico, qual è la situazione in Giappone?

Dopo cinque anni di mandato per il primo ministro Shinzo Abe alla guida del governo e per Haruhiko Kuroda al timone della Banca del Giappone, il Paese si trova in una situazione economica solida, con il tasso di disoccupazione ai minimi da 25 anni, al 2,8%. Il mercato del lavoro è forte e questo ha portato a una crescita dei salari per il terzo anno consecutivo: dobbiamo ricordare che il Giappone è passato attraverso 15 anni di deflazione, dovuta essenzialmente alla mancata crescita dei salari. Le retribuzioni medie sono andate infatti a diminuire nel periodo tra il 1997 e il 2013, principalmente a causa della flessibilizzazione della forza lavoro. In quel periodo, infatti, le compagnie manifatturiere giapponesi hanno iniziato a chiudere le fabbriche in Giappone e ad aprirne di nuove in Cina e nei Paesi del Sudest asiatico. In questo modo gli operai giapponesi hanno perso il lavoro e le società hanno assunto una forza lavoro più flessibile. Adesso questo trend si è interrotto e i salari sono cresciuti, e il risultato è stato che il Giappone è finalmente uscito dalla deflazione, raggiungendo quello che era il primo obiettivo fissato da Abe al momento del suo ingresso in carica. Il Pil cresce da sei o sette trimestri consecutivi – nell’ultimo trimestre ha registrato +1,4% sul precedente trimestre, annualizzato – che è il periodo più lungo dal 2000. Quindi, al di là del mercato del lavoro, in Giappone abbiamo un Pil in crescita, così come la fiducia delle imprese e dei consumatori. Per quanto riguarda questi ultimi, bisogna distinguere tra i lavoratori, con salari in crescita, e i pensionati, che invece avevano beneficiato della deflazione. Ora invece questi anziani non vedono aumenti dei loro assegni pensionistici, mentre il prezzo dei beni sta aumentando. Questo è però un problema che riguarda principalmente la campagna, dove vive la gran parte degli anziani; i giovani stanno invece sempre più convergendo verso Tokyo – che è una piccola nazione con 20 milioni di abitanti – in cerca di opportunità lavorative. Mentre la popolazione giapponese cala dello 0,2% ogni anno, un declino accelerato dall’anno scorso, la popolazione di Tokyo da cinque anni aumenta al ritmo dell’1% all’anno. Nella capitale assistiamo a una forte domanda di beni di consumo, che invece è molto debole in campagna.
Non si può parlare dell’economia giapponese senza fare cenno alla politica monetaria della Banca del Giappone, che aveva avviato nell’ottobre del 2014 un programma di Quantitative easing con acquisti per 80mila miliardi di yen all’anno. Questo programma è stato cambiato nel settembre 2016 con l’adozione di un programma YCC, yield curve control, con l’obiettivo di usare il budget per mantenere i rendimenti dei titoli di Stato decennali il più possibile vicini allo zero.

Perché gli investitori europei, e italiani in particolare, dovrebbero puntare sul Giappone in questo momento?

Il Giappone rappresenta un’ottima opportunità di diversificazione per gli investitori europei, soprattutto perché i collegamenti tra le società giapponesi e l’Europa sono limitati. Le aziende giapponesi non vendono molto in Europa, ma più che altro in Asia, Stati Uniti e nel Giappone stesso. Investire in Giappone rappresenta una chance di diversificazione, specialmente per chi decide di comprare in yen, diversificando in questo modo anche in termini di valute, con l’aggiunta in portafoglio di una divisa dei Paesi sviluppati. Inoltre, quando i mercati vanno incontro a quello che chiamiamo risk-off, generalmente lo yen guadagna. Volevamo poi sottolineare che molti dei fondi attivi che investono in Giappone sono growth o value: ma sui mercati giapponesi la rotazione degli stili è molto forte, con lo stile value che può sovraperformare il growth, o viceversa, di parecchi punti in pochi mesi. Per questo motivo gli investitori stranieri spesso si trovano smarriti, non sanno cosa comprare e quando. Se si coglie il timing giusto può essere un grande investimento, ma è appunto difficile trovare il momento giusto. Per questo preferiamo rimanere agnostici: il nostro approccio è molto vario in termini di stili di gestione, di capitalizzazione di mercato e di scelta di compagnie esportatrici o attive nel mercato domestico.

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