Gazzoletti (Oddo BHF): “Le nostre strategie in Italia”

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Intervista all’attuale direttore generale e responsabile per l’Italia di Oddo BHF AM: “Private banker 
e reti di consulenti rendono il mercato della Penisola molto appetibile per i player esteri”.

Andrea Telara di Andrea Telara15 gennaio 2018 | 08:44

Lorenzo Gazzoletti (nella foto), 45 anni, milanese di nascita, attuale direttore generale e responsabile per l’Italia di Oddo BHF AM, da circa un ventennio vive e lavora all’estero. La Francia è stata la sua più importante “palestra” professionale, in un lungo
percorso lavorativo iniziato nella consulenza con McKinsey, a Parigi, e continuato poi nel gruppo Allianz, dove si è occupato di assicurazioni Vita e della rete degli agenti Generali. Ma dopo circa quattro lustri di onorata carriera e dopo essere entrato nel 2011 nel top management di Oddo BHF AM, la divisione di asset management di Oddo BHF che gestisce oltre 61 miliardi di euro di masse, Gazzoletti ha maturato una convinzione: il Paese europeo in cui l’industria del risparmio gestito offre attualmente le maggiori opportunità agli operatori del settore è l’Italia. Proprio quell’Italia che lui oggi frequenta un po’ più spesso di prima, visto che lo scorso anno Oddo BHF AM ha deciso di aprire a sud delle Alpi una vera e propria branch, dopo aver tenuto per diversi anni un semplice ufficio di rappresentanza. “Per la felicità di mia madre che mi vede molto meno di rado che in passato”, dice Gazzoletti, “oggi trascorro a Milano un terzo del mio tempo”.

È per questa ragione che ha scoperto le qualità dell’industria del risparmio gestito del nostro Paese?


Direi piuttosto che ho maturato questa convinzione semplicemente osservando una caratteristica peculiare del mercato italiano.

Quale?

Con il suo ricco tessuto di private bank e con le sue fortissime reti
di consulenti finanziari, l’Italia rappresenta un unicum in tutta Europa. E lo è soprattutto se
viene confrontata ad altri Paesi
del Vecchio Continente come la Francia e la Germania, dove la distribuzione dei prodotti finanziari è molto più dominata dai gruppi bancari.

Anche da noi però il sistema bancario conserva una certa forza…

È vero, ma è innegabile il ruolo importantissimo e ancora in crescita svolto dai consulenti finanziari. Con i loro modelli distributivi basati sull’architettura aperta, cioè sulla vendita dei fondi delle migliori case di gestione internazionali, le reti italiane di financial advisor consentono anche agli operatori stranieri di ritagliarsi uno spazio significativo sul mercato e li spingono a guardare sempre con interesse all’espansione in Italia.

Sarà così anche nei prossimi decenni? Non va dimenticato
che nel nostro Paese il risparmio gestito è reduce da un lungo ciclo di crescita, difficile da replicare in futuro…
Posso dire che, qualunque siano
le dinamiche del mercato, il modello delle reti si è rivelato finora vincente. Non a caso, anche quando i grandi gruppi bancari hanno assunto il controllo di qualche grande società specializzata nella consulenza finanziaria
come Fideuram, si sono guardati dal cambiarne il modello di business, ben sapendo che la
forza di un’azienda di questo tipo
si basa su due pilastri: la scelta
di un’architettura aperta nella distribuzione dei prodotti e i servizi di consulenza finanziaria che di solito l’accompagnano.

In Italia però abbiamo un problema: la scarsa educazione finanziaria dei risparmiatori. Non trova?

Sì ma è un problema che hanno anche altri Paesi dell’Europa continentale. Francia e Germania non sono poi tanto diversi. Noto invece una notevole differenza
con i Paesi anglosassoni e con la Svizzera, dove certamente la cultura finanziaria è più alta che nel resto del continente.

Perché, secondo lei?

Credo che questo gap sia legato anche alle differenze esistenti nei rispettivi sistemi previdenziali. Nell’Europa continentale ha sempre prevalso il cosiddetto modello a ripartizione, basato su una solidarietà tra generazioni: i giovani finanziano con i loro contributi le pensioni degli anziani. Nei Paesi anglosassoni invece
ha sempre prevalso il modello
a capitalizzazione, in cui ogni lavoratore deve costruirsi la rendita pensionistica con una lunga serie di versamenti nel corso della carriera. Questo sistema ha favorito la cultura finanziaria perché ha ovviamente spinto la popolazione a occuparsi di più dei propri investimenti e a ragionare con un obiettivo di rendimento nel lungo periodo.

La Mifid 2 è ormai in vigore, che effetti avrà secondo lei?


Difficile dirlo a priori. La Mifid 2 ha certamente il merito di portare criteri di maggiore trasparenza ma non è escluso che, facendo crescere i costi operativi per il rispetto della normativa, spinga gli operatori dell’industria del risparmio gestito a selezionare maggiormente le loro controparti, con un conseguente processo di aggregazioni e fusioni sul mercato a spese dei player più piccoli. Inoltre, in seguito a una pressione sui margini di profitto delle aziende del settore, potrebbe avvenire ciò che è accaduto in Gran Bretagna con la normativa Rdr (Retail Distribution Review, a cui la Mifid 2 si è in parte ispirata, n.d.r).

Che cosa è accaduto di preciso?

Molti operatori hanno rinunciato a offrire servizi a determinate categorie di clientela giudicate non più profittevoli, come quella mass affluent, creando così una lacuna sul mercato. Ma ripeto: è difficile fare previsioni già adesso.

Tornando all’Italia, cosa pensa invece dei fondamentali macroeconomici del Paese?

Con lo stop traumatico del referendum e la nuova legge elettorale siamo tornati a un sistema molto più proporzionale e incentrato sulle alleanze in Parlamento. Questo significa che non c’è più un candidato premier che si fa votare per mettere in atto un programma predefinito, ma una coalizione parlamentare che esprime un primo ministro. Il ritorno del trasformismo parlamentare è un gran peccato per il Paese, ma ha il vantaggio

di assicurare stabilità e di rendere quasi impossibile l’arrivo al potere dei 5 Stelle. E questo il mercato non lo ha ancora capito. Fatte queste premesse, c’è una nota positiva da sottolineare.

Quale?

Durante la crisi dell’Eurozona
degli anni scorsi, la Banca
centrale europea ha preso in
mano realmente la situazione e
ha svolto un grande ruolo. Con i suoi interventi, la Bce ha di fatto instaurato una mutualizzazione dei debiti pubblici europei, compresso quello italiano. Io credo che, dopo questo processo, ci sia un’intera generazione di giovani che vivrà senza il rischio concreto che vi possa essere un default del nostro Paese.


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