Bnp Paribas Am: inflazione e azioni Usa, adesso tutto bene

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La reazione positiva dei mercati osservata finora non significa, che gli investitori non debbano monitorare, o preoccuparsi per l’inflazione.

Chiara Merico di Chiara Merico26 febbraio 2018 | 08:44

INCREMENTO CONSISTENTE – Il 2 febbraio scorso sono stati pubblicati i dati relativi alle buste paga del settore non agricolo negli Stati Uniti: la pubblicazione evidenziava un incremento dei salari più consistenti dalla fine della crisi finanziaria, spiega l’Investment Insight a cura di Daniel Morris, senior investment strategist di Bnp Paribas Am. Questa notizia ha innescato una correzione del 10% dell’indice azionario S&P 500. Dopo la fase di rialzo durata per tutto il 2017, in un contesto di mercato caratterizzato da una sostanziale stabilità, tale sussulto – come direbbero alcuni – ha rappresentato una salutare iniezione di volatilità sui mercati finanziari. Invece, un altro dato inatteso in materia d’inflazione – l’indice dei prezzi al consumo USA pubblicato il giorno di San Valentino – ha favorito un recupero dell’1,3% dell’indice S&P 500. L’indice generale dei prezzi al consumo (CPI) è salito dello 0,5% su base mensile, mentre il CPI core ha accelerato dello 0,35% sempre su base mensile (rispetto a stime di mercato pari allo 0,2%.)
L’INFLAZIONE SI CONSOLIDA, MA IL QUADRO GENERALE NON CAMBIA – C’è da rilevare, soprattutto, che il dato relativo al CPI core di gennaio prolunga la serie positiva registrata nei mesi scorsi: l’inflazione core è salita del 2,9% negli ultimi tre mesi e del 2,6% nell’ultimo semestre (su base annua). La frenata temporanea registrata dall’inflazione nella primavera del 2017 – riconducibile a vari fattori di breve termine – ha celato il chiaro consolidamento del trend dei prezzi al consumo core osservato negli ultimi anni. Infatti, quando il dato di marzo verrà escluso nella comparazione su base annua, il tasso d’inflazione core dovrebbe passare dall’1,8% di oggi al 2,4% entro giugno, supponendo che i dati dei prossimi mesi risultino in linea con quelli osservati nel 2016 e per la maggior parte del 2017. In sostanza, il trend più recente del CPI suggerisce un costante consolidamento dei prezzi dei servizi, accompagnato da una deflazione più lenta dei prezzi dei beni core (e, in effetti, negli ultimi tempi anche da una modesta inflazione). Tuttavia, questi ultimi dati non dovrebbero essere considerati come un radicale cambiamento del quadro dell’inflazione, poiché pare poco probabile che la recente tendenza dei prezzi dei beni sia sostenibile. Questa accelerazione del CPI è comparabile all’incremento dello 0,34% delle retribuzioni orarie medie dei salari del settore non agricolo, e anche in questo caso i mercati prevedevano un rialzo solo dello 0,2%. Perché, dunque gli indici azionari non hanno reagito in modo analogo?

MERCATO AZIONARIO: QUADRO PIU’ SOLIDO? – La prima spiegazione possibile è che lo shock iniziale è stato assorbito. Il grande mistero del 2017 è stato rappresentato dall’assenza di pressioni inflative pur in presenza di un mercato del lavoro molto vivace. I rialzi salariali, quindi, sono stati considerati come i primi segnali dell’emergere di pressioni sui prezzi che gli investitori prevedevano da tempo, in un contesto economico caratterizzato da una solida crescita e da crescenti difficoltà delle imprese a effettuare assunzioni. I rendimenti dei Treasury e le aspettative di inflazione ne hanno immediatamente risentito – registrando entrambi dei rialzi – mentre le azioni sono crollate a causa dei timori per un’accelerazione dell’inasprimento monetario da parte della Federal Reserve. I dati successivi sull’inflazione hanno confermato la validità delle nuove previsioni e non hanno determinato ulteriori aggiustamenti di prezzo sui mercati.
IL LATO POSITIVO DELL’INFLAZIONE –  La seconda spiegazione è che l’inflazione non è intrinsecamente negativa per i titoli azionari e tale consapevolezza si è gradualmente affermata sui mercati. Infatti, se è vero che il rialzo dei prezzi può comportare un aumento dei costi e dei salari, a tali andamenti dovrebbe corrispondere un aumento dei ricavi e quindi degli utili delle società. In effetti, la correlazione tra i rendimenti dell’S&P 500 e l’andamento delle attese d’inflazione è lievemente positivo. A nostro parere, l’ulteriore accelerazione dei prezzi al consumo dovrebbe rivelarsi modesta. La reazione positiva dei mercati osservata finora non significa, che gli investitori non debbano monitorare, o preoccuparsi per l’inflazione. La questione importante è cercare di capire a che livello l’inflazione potrebbe diventare un problema,: il rischio di una rapida accelerazione dei prezzi al
consumo potrebbe innescare un intervento da parte della banca centrale, e quindi di far scivolare l’economia in recessione. Non siamo ancora a questo punto, ma non è detto che tale scenario non possa verificarsi.


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