Consulenti, il sottile equilibrio tra breve e lungo termine

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Preparare il proprio portafoglio a un cambiamento dei mercati e al ritorno della volatilità

Matteo Chiamenti di Matteo Chiamenti28 febbraio 2018 | 15:29

Il 2018 è partito con l’annunciatissima ripresa della volatilità. Alla luce di questo importante ritorno, per il professionista diventa fondamentale riuscire a gestire con perizia le opportunità di breve termine con le ambizioni di lungo, specie in funzione di quelle che potrebbero essere le crescenti ansie dei clienti.

A tal proposito il Natixis Center for Investor Insight ha intervistato 500 investitori istituzionali a livello globale per comprendere il modo in cui questi soggetti stiano bilanciando gli obiettivi di lungo termine con le opportunità e le pressioni di breve termine. Sette investitori su dieci concordato sul fatto che l’introduzione di alternative in portafoglio è importante per diversificare il rischio. Gli istituzionali, inoltre, ritengono che le strategie alternative svolgeranno ruoli distinti nei loro portafogli.

Investimenti alternativi per diversificare, gestire rischi crescenti e perseguire i rendimenti

Dall’indagine è emerso che gli investitori continuano ad adottare investimenti alternativi, tanto che il 70% afferma che è essenziale investire queste strategie per diversificare il rischio di portafoglio e oltre la metà (57%) ritiene che ciò sia necessario per ottenere performance superiori rispetto al mercato in generale.

Invitati ad abbinare le migliori strategie alternative a specifici obiettivi di portafoglio, gli investitori istituzionali hanno indicato quanto segue:

  • Diversificazione: gli investitori istituzionali citano più comunemente le strategie macro globali (47%), le materie prime (41%) e gli investimenti in infrastrutture (40%) come le migliori soluzioni per la diversificazione.
  • Sostituzione dell’esposizione obbligazionaria: le scelte migliori per fornire una fonte di reddito stabile alla luce dell’aumento dei tassi di interesse e della fine di 30 anni di mercati obbligazionari in rialzo includono infrastrutture (55%) e private debt(47%).
  • Gestione della volatilità: gli investitori istituzionali citano futures(46%) e azionari hedged (45%) come i più adatti a gestire il rischio di volatilità.
  • Generazione di alpha: i mercati tradizionali hanno generato rendimenti interessanti, ma gli istituzionali vedono opportunità di sovraperformance. Sette su dieci (72%) citano il private equitycome scelta migliore tra gli strumenti alternativi per generare alpha, nonché strumenti azionari hedged(45%) che possono essere utili al raggiungimento dell’obiettivo.
  • Copertura sull’inflazione: gli investitori istituzionali considerano le materie prime (56%) e gli investimenti immobiliari (46%) come le migliori strategie di copertura sull’inflazione.

“Il ritorno improvviso della volatilità sul mercato è un buon promemoria dell’importanza di adottare un approccio coerente alla diversificazione del portafoglio”, ha dichiarato Antonio Bottillo, Managing Director di Natixis Investment Managers Italia “Gli investitori istituzionali si rivolgono sempre più spesso a gestori attivi e a strumenti alternativi per la flessibilità e la diversificazione dei loro portafogli e per mitigare il rischio”.

Nonostante gli investimenti alternativi possano presentare una serie di rischi per il portafoglio, il 74% degli intervistati afferma che i rendimenti potenziali degli investimenti illiquidi valgano il rischio. Detto ciò, due terzi dichiara che i requisiti di solvibilità e di liquidità hanno creato una forte distorsione verso orizzonti temporali più brevi e per attività altamente liquide, e i rischi nascosti legati al dinamismo del contesto macroeconomico e normativo rendono ancora più difficile per le istituzioni bilanciare opportunità a breve termine e obiettivi a lungo termine.

Allocazione attiva in continuo aumento

Più di tre quarti (76%) degli investitori istituzionali affermano che l’attuale contesto di mercato nel 2018 sarà probabilmente favorevole per la gestione attiva. Nel 2015, l’indagine mostrava come gli investitori istituzionali si aspettassero che il 43% del totale delle attività sarebbe stato investito in strategie passive entro il 2018, ma in realtà la cifra è stata di gran lunga inferiore, pari al 32% nel 2017, e gli investitori istituzionali hanno previsto un aumento solo dell’1% nei prossimi tre anni. Oltre la metà (57%) degli intervistati ha anche dichiarato di ritenere che la gestione attiva sovraperformerà quella passiva nel lungo periodo, nonostante tre quarti (76%) dicano che l’alpha stia diventando sempre più difficile da ottenere con l’aumento dell’efficienza dei mercati.

Nove investitori istituzionali su 10 affermano che la riduzione delle commissioni di gestione è uno dei fattori trainanti per le strategie di investimento passive, ma i tre quarti degli investitori (75%) dichiarano di essere disposti a pagare commissioni più elevate per una potenziale sovraperformance.

L’indagine ha inoltre evidenziato una preferenza per le strategie attive anche al fine di ottenere un’esposizione a classi di attività non correlate, con tre quarti degli investitori (75%) che indicano questo come sia uno dei motivi principali della preferenza per gli strumenti attivi rispetto a quelli passivi. Analogamente, i tre quarti degli istituzionali (75%) preferiscono la gestione attiva rispetto a quella passiva per cogliere le opportunità sui mercati emergenti, mentre il 69% è favorevole a strategie attive per fornire rendimenti adeguati al rischio e più di sette investitori su dieci (73%) preferiscono la gestione attiva per avere una protezione contro i ribassi.

“Il dibattito tra gestione attiva e passiva non sembra destinato a esaurirsi” continua Bottillo, “poichè gli istituzionali hanno segnalato un graduale passaggio verso le strategie attive. Anche le argomentazioni tradizionali legate ai costi inferiori dei prodotti passivi sono messe in discussione, dato che gli istituzionali guardano al valore che può essere generato nel lungo termine dalla gestione attiva e l’accesso che può garantire a un numero maggiore di asset class”.

Un nuovo approccio verso l’investimento ESG

Gli investitori istituzionali mostrano un atteggiamento più proattivo nei confronti dei criteri ESG, con tre investitori su cinque (60%) che dichiarano di integrare tali principi nell’ambito degli approcci di investimento.

Il numero degli intervistati che considera l’investimento ESG un generatore di alpha è superiore rispetto a quello focalizzato principalmente sulla mitigazione del rischio, e le loro posizioni circa l’efficacia di questo approccio sono forti, visto che la maggior parte degli istituzionali ritiene che l’integrazione dei criteri ESG nelle strategie di investimento diventerà una pratica standardizzata nei prossimi cinque anni.

  • Il 59% afferma che nell’ambito degli investimenti ESG è possibile trovare alpha;
  • Il 56% ritiene che l’adozione di criteri ESG mitighi i rischi di mercato (come per esempio quello di perdite per effetto di cause legali, tensioni sociali o danni ambientali);
  • Il 61% è concorde nel ritenere che l’adozione di principi ESG all’interno delle strategie di investimento diventerà una pratica standardizzata nei prossimi cinque anni.

Se un anno fa la ragione principale per cui gli investitori istituzionali includevano i criteri ESG nelle proprie strategie era legata al mandato o alla politica d’investimento della società, oggi quasi la metà (47%) afferma che l’incorporazione di questi criteri è dettata dalla necessità di allineare le strategie d’investimento con i valori organizzativi, mentre i due quinti (41%) ritengono che il principale fattore trainante sia stata la necessità di minimizzare il rischio primario, con un aumento del 21% rispetto al 2016.

“L’atteggiamento verso i criteri ESG sta cambiando radicalmente e oggi la maggior parte degli istituzionali afferma come questi principi siano in grado di guidare la generazione dell’alpha e diventare una pratica standardizzata in meno di cinque anni”, sottolinea Antonio Bottillo, “Gli investitori istituzionali hanno verificato l’impatto degli eventi ambientali, sociali e di governance in questi anni e hanno osservato come la reputazione aziendale abbia influenzato i corsi azionari”.

Bassi tassi di interesse comportano maggiori passività

Una delle sfide a lungo termine menzionate dagli investitori istituzionali è la longevità, con l’85% delle compagnie assicurative, il 78% dei fondi pensione aziendali e il 76% dei fondi pensione aperti impegnati su questo fronte.

Negli ultimi dieci anni gli istituzionali hanno dovuto procedere a un’azione di riequilibrio dei portafogli, navigando in un contesto di bassi tassi di interesse e fronteggiando al contempo un aumento delle passività, il tutto in un contesto sempre più regolamentato. Se nel breve termine la maggior parte degli intervistati si sente preparata a ottenere le proprie aspettative di rendimento, vi è una forte consapevolezza che nel lungo termine il raggiungimento degli obiettivi in termini di performance sarà sempre più sfidante. Alla luce di ciò, gli investitori istituzionali hanno adottato un approccio di lungo periodo, con pochi di loro che hanno effettuato interventi radicali in chiave difensiva.

“I bassi tassi di interesse hanno probabilmente aiutato a spingere i rendimenti tramite l’incremento di valore degli asset obbligazionari detenuti nei portafogli, ma allo stesso tempo questo contesto ha favorito l’aumento del valore attuale delle passività, con un aumento della pressione per una gestione più efficace di questa componente. La prospettiva del rialzo dei tassi rappresenta un lato positivo per diversi investitori istituzionali, considerato la la diminuzione del valore presente delle passività. Questa è una delle ragioni per le quali gli istituzionali indicano la gestione della duration come principale strategia in un contesto di tassi in rialzo”, conclude Bottillo.

In ogni caso, le strategie di gestione delle passività non sono una soluzione semplice per gli investitori istituzionali. Sette su dieci (70%) hanno dichiarato di incorporare queste strategie all’interno del proprio portafoglio, anche se tre su cinque ritengono ancora che le organizzazioni falliranno a far fronte alle passività nel lungo periodo nonostante l’adozione di tecniche LDI (liability driven). Nonostante la crescente popolarità di strategie come quelle basate su investimenti guidati dai flussi di cassa, sei investitori su dieci (60%) ritengono che vi sia una mancanza di innovazione nelle soluzioni LDI, mentre i due terzi (63%) sottolineano come i decision maker stiano dando una maggiore importanza al raggiungimento di risultati nel breve termine rispetto all’obiettivo di bilanciare le passività nel lungo periodo.


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