Consultinvest: nuovi e vecchi rischi per un 2018 positivo

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E’ probabile che la crescita economica abbia visto il meglio nel 2017 e che nel 2018 si stabilizzi solamente, mostrando crescente vulnerabilità soprattutto in Europa.

Chiara Merico di Chiara Merico6 marzo 2018 | 09:09

ACCELERAZIONE SIGNIFICATIVA – La seconda parte del 2017 ha visto l’economia mondiale accelerare in modo molto sincrono e significativo, come non accadeva da tempo, spiega una nota di Consultinvest. Nonostante i segnali d’inizio anno siano ancora positivi, appare sempre più difficile riuscire a replicare quell’andamento anche nel 2018; anzi è probabile che la crescita economica abbia visto il meglio nel 2017 e che nel 2018 si stabilizzi solamente, mostrando crescente vulnerabilità soprattutto in Europa. La più significativa minaccia per la sostenibilità della crescita economica rimane la determinazione delle banche centrali dei Paesi sviluppati di nel voler normalizzare le politiche monetarie. La seconda è il fatto che – a causa delle difficoltà politico-mediatiche interne – la presidenza Usa è alla continua ricerca di forme compensative di supporto popolare che la spingono a mettere l’accento su politiche globali anti-cooperative che rischiano di ingenerare ritorsioni e di limitare il commercio internazionale, e con esso la crescita economica. La terza è che le scelte politiche di questi ultimi anni non hanno sostenuto adeguatamente l’espansione e la redistribuzione del reddito ed impedito la riduzione del disagio tra le classi sociali più deboli, impedendo alla crescita economica di acquisire robustezza e di poter sostenere a lungo l’attuale ciclo economico espansivo: diversi e globali risultati elettorali e referendari confermano detto disagio.

MESSAGGIO CHIARO – Sulla prima minaccia il messaggio della Fed è chiaro: Jay Powell, il nuovo governatore della banca centrale Usa, ha ribadito che sono possibili altri 4 rialzi da 25bps nel 2018 (che porterebbero i Fed Funds al 2,5%) e non sappiamo ancora quanti per il 2019. Una politica fiscale che aumenta il deficit, la debolezza del dollaro e le spinte sull’inflazione dal mercato del lavoro mettono potenzialmente la Fed in una situazione di ritardo. Fed che teme di non aver creato un margine sufficiente sul livello dei tassi d’interesse utilizzabile con successo alle prime avvisaglie di recessione. Infine la Fed oggi sembra dare meno rilievo alle reazioni negative del mercato azionario che invece ne avevano condizionato – anche se solo temporaneamente – l’azione nel 2016. Infine, sul sentiero della normalizzazione pare aggiungersi la banca centrale inglese e nel mercato si teme che anche la Bce si possa accodare dal prossimo autunno. E non vogliamo qui neppure prendere in considerazione la possibilità che nel 2019 si aggiunga anche il Giappone, visto che il riconfermato governatore Kuroda (peraltro già prono a gaffes) ha ventilato qualcosa del genere solo pochi giorni fa. Ad oggi non sappiamo ancora se i sistemi economici di Usa ed Europa siano abbastanza robusti per affrontare questo scenario più complesso dopo 10 anni di “droga” e supporto monetario incondizionato che non ha aiutato la redistribuzione dei redditi: fattore fondamentale per rendere sostenibile l’espansione delle economie moderne e tenere lontane le bolle speculative.

LA FINE DEL QE – Se giudichiamo dai primi due mesi dell’anno questa robustezza non pare essere granché, soprattutto in Europa. Parlare oggi di fine del QE a settembre 2018 potrebbe essere molto poco produttivo per l’economia europea, considerando la forza dall’euro che sta operando effetti restrittivi sulla capacità reddituale delle imprese europee impedendone l’attesa espansione gli utili e dando maggiore credibilità alla sotto-performance dei mercati azionari europei nonostante il generalizzato ottimismo. Perché, nonostante il verbo imperante, la politica del cambio rimane il motore propulsivo di politica economica più veloce ed efficacie: e gli Usa ne sanno qualcosa. Purtroppo l’area euro rimane un’area economicamente molto eterogenea, dove una politica monetaria restrittiva che può andare bene per la Germania (economia al pieno impiego e con problemi di pressione salariale in grado di spingere al rialzo l’inflazione) rischia di essere pericolosa e prematura per l’Italia (per i noti e ovvi motivi tra cui il maggior costo del credito al consumo che ucciderebbe la domanda e il costo sul debito pubblico) come anche per diversi altri Paesi che non hanno ancora raggiunto il climax ciclico tedesco.  Poi abbiamo l’apertura di un nuovo fronte sulle misure protezioniste che guida la politica di Trump da tempo e su cui anche i suoi quotati consiglieri economici sembra incapaci di opporsi. Non che sotto Obama gli Usa non le abbiano mai prese, anzi. Ma il punto oggi è diverso: tutta la politica esterna di Trump appare improntata a togliere spazio al multilateralismo che sostiene il libero scambio che tanto ha giovato alla crescita globale. Con questo approccio di fondo – non presente con Obama – anche le piccole misure appena annunciate su acciaio e alluminio – che incidentalmente impattano molto di più l’export europeo, canadese e brasiliano di quello cinese e non danno grande beneficio a due industrie Usa stagnanti dagli anni ‘80 – si può rendere più facile il rischio di ritorsioni e di più significative guerre commerciali. Quindi anche se potrebbe essere prematuro temere cedimenti ciclici e errori di policy che ci portino a terminare questo lungo ciclo economico espansivo, non vi è dubbio che lo Scenario positivo appare ritornato ad essere molto più vulnerabile.

 


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