Occhio al rischio dei fondi monetari

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Matteo Chiamenti di Matteo Chiamenti 5 Aprile 2018 | 09:23
Considerati solitamente un approdo tranquillo anche se poco affascinante, in realtà possiedono un profilo dai contorni piuttosto complessi

Quando si parla di fondi monetari spesso il professionista della consulenza storce il naso. Costosi, con redditività limitatissima e oggettivamente complicati da “consigliare” alla clientela retail, generalmente più affascinata (forse a ragione) dalla flessibilità di un classico conto deposito. La realtà ci racconta però di un sottobosco monetario piuttosto sviluppato e così composto: secondo quanto riportato da Moneyfarm, che cita dati del 2013 della Commissione Europea, in Europa i fondi comuni monetari gestiscono circa il 38% del debito a breve termine emesso dal settore bancario e circa il 22% dei titoli a breve termine emessi da società e amministrazioni pubbliche. In totale i fondi comuni monetari europei gestiscono attività per circa 1000 miliardi di euro e costituiscono circa il 15% del settore dei fondi dell’UE. Come già detto, sono prevalentemente utilizzati da investitori istituzionali. Fino a oggi i fondi monetari non sono stati una soluzione ideale per l’investitore retail per via dei costi, della complessità e delle implicazioni sistemiche. Insomma, nonostante la loro natura “rassicurante”, la diffusione oggettiva di questi strumenti ha imposto una serie di limitazioni volte a limitarne i rischi annessi. Perché se è vero che la volatilità è statisticamente limitata, il peso di eventuali defaillance, seppur poco probabili, sarebbe gravoso in virtù della sopracitata diffusione.

Per questa ragione il legislatore, racconta Money Farm, ha inteso porre dei limiti, anche molto stringenti. Al gestore deve essere garantito un sufficiente grado di flessibilità, ma non si può ignorare che i fondi monetari rappresentino una asset class a parte. Le norme quindi, considerando che si rivolgono a operatori “consapevoli”, perché questo strumento è un’opzione principalmente per investitori istituzionali, potrebbero avere un certo effetto nell’aumentare il senso di sicurezza legato a questa asset class anche in casi di mercato limite, che sono proprio le situazioni sulle quali, secondo noi, il regolatore vuole porre l’attenzione. Non stupisce quindi l’approccio molto stringente, considerato l’obiettivo di limitare le probabilità di assistere a una crisi di fiducia su questa asset class in casi di mercato limite, viste le implicazioni sistemiche che ne deriverebbero.

Prima di entrare nel merito del regolamento è importante ricordare che esistono diverse forme di fcm. La prima distinzione può essere fatta tra gli short term fcm e gli standard fcm. Questi possono avere differenti tipologie di patrimonio netto (Nav). Finora il patrimonio poteva essere soltanto variabile (VNav) o costante (CNav). Il regolamento introduce una terza nuova categoria, i “fcm con Nav a bassa volatilità” (LVNav) che mantengono un Nav costante fino ad un certo limite e possono essere una valida alternativa al CNav.

La norma interviene su tutte queste categorie in vari modi, le previsioni più rilevanti sono circa quindici. Si va dall’introduzione di un sistema di rating interno, sostitutivo a quello delle agenzie private per alcune categorie di strumenti, alla previsione di una lista stringente di investimenti ammissibili (con l’obiettivo primario di aumentare la liquidità dei fondi, partendo dalla liquidità dei sottostanti).

Per ridurre la rischiosità di portafoglio, le restrizioni interessano anche la scadenza dei sottostanti. Questa può variare a seconda che si stia parlando di Fcm VNav, CNav, o LVNav. Vengono infatti stabilite limitazioni di maturity (la Weighted Average Maturity, usata per misurare la sensibilità del fondo al variare dei tassi di interesse del mercato monetario, non deve superare i 60 giorni e i 6 mesi rispettivamente per gli short termFcm e gli standard fcm) e di durata (la Weighted Average Life, utilizzata per misurare rischio di credito/rimborso e di liquidità, non deve superare i 120 giorni e 12 mesi rispettivamente per gli short term fcm e gli standard fcm). Si tratta di limitazioni particolarmente rigorose (e non indolori in questa fase di tassi contenuti), ma doverose; specialmente in vista di un futuro e non troppo lontano normalizzarsi dei tassi monetari.

Lato Money Mutual Funds manager, invece, vengono richiesti maggiori requisiti di trasparenza (su ogni documento del fondo) e anche procedure di Kyc (know your customer). La riforma segue la logica di quella varata negli Stati Uniti nel 2016, dove il mercato dei fondi monetari vale tre volte quello europeo.

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