Carmignac: Donald non è Achille

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di Chiara Merico 18 Luglio 2018 | 08:30
Si teme l’inversione di un ciclo economico che è già sfinito e fragile, quando le banche centrali sono a corto di munizioni e i margini di manovra di bilancio sono estremamente esigui, negli Stati Uniti come in Europa.

I TIMORI DEI MERCATI – I mercati azionari sono molto preoccupati della piega che stanno prendendo gli eventi. Temono che la crociata protezionistica di Donald Trump inneschi in Cina una crisi economica, o quantomeno un forte rallentamento, spiega una nota a cura di Didier Saint-Georges, managing director e membro del Comitato investimenti di Carmignac. Dall’inizio dell’anno la borsa cinese ha già perso il 15% del suo valore, una perdita uguale a quella del mercato argentino che, indiscutibilmente, ha le spalle meno solide. Gli investitori internazionali guardano alle obbligazioni e alle valute emergenti (compreso lo yuan cinese) con grande sospetto. Hanno ragione gli investitori a vedere in Donald Trump una sorta di Achille moderno trascinato dalla collera in un violento scontro con il nemico che avrà fine solo con l’annientamento di quest’ultimo? Senza voler essere offensivi, dubitiamo che il presidente degli Stati Uniti abbia il profilo degli eroi omerici.   È vero che Donald Trump si circonda di consiglieri (in particolare Peter Navarro per la politica commerciale e John Bolton per la sicurezza nazionale) che teorizzano la minaccia strategica, e perfino esistenziale, che secondo loro la Cina rappresenta per gli Stati Uniti. Se le ostilità commerciali annunciate finora sono solo il preludio del grande assalto contro il piano Made in China 2025 sul quale Xi Jinping basa la sua visione a medio termine per la Cina, allora lo scontro è solo agli inizi. Il presidente cinese non rinuncerà all’intento di proiettare il suo paese ai vertici della catena di valore industriale in generale, e tecnologica in particolare. Tuttavia appare contraddittorio affermare da un lato che Trump attua con l’opportunismo pragmatico di un businessman immobiliare il suo programma politico ed economico, e dall’altro temere in lui l’ideologo dottrinario. Il futuro politico di Donald Trump è focalizzato principalmente sulle elezioni di metà mandato del 6 novembre in cui il partito repubblicano tenterà di mantenere al Congresso la maggioranza che oggi gli sta sfuggendo. Donald Trump sa bene che la battaglia della bilancia commerciale è un tema politicamente cruciale, come lo è l’immigrazione per Matteo Salvini in Italia. Ma sa anche che le grandi battaglie generali si fermano dove iniziano gli interessi particolari: quando un numero sufficiente di aziende statunitensi saranno vittime collaterali della sua campagna protezionistica, Donald Trump saprà che con i suoi partner commerciali è giunta l’ora di utilizzare la sua “art of the deal”, per arrivare al voto nella posizione più favorevole. La Cina peraltro potrebbe abbastanza facilmente offrire un “deal” che sarebbe per Donald Trump un discreto trofeo, purché le sue ambizioni di lungo periodo siano preservate. Tuttavia, poiché le elezioni si terranno solo fra quattro mesi, non è detto che questo momento sia imminente. Prevediamo pertanto che nelle prossime settimane perdurerà nei mercati un clima di nervosismo finché una stretta di mano, di certo virile, verrà a suggellare un nuovo accordo (o accordi). Il vero rischio di queste sceneggiate protezionistiche per gli investitori è più subdolo di quanto non sembri. Nel breve periodo, i movimenti di panico sono certamente eccessivi e riflettono semplicemente un’impennata della volatilità dei mercati dovuta alle provocazioni e ai rilanci tipici dei negoziati pubblici, a maggior ragione quando l’imbonitore se ne compiace. Ma l’impatto di questo clima di incertezza sulla fiducia dei consumatori e delle imprese, con le loro catene di approvvigionamento globali, fa planare una minaccia molto più grave nei prossimi mesi: quella di innescare l’inversione di un ciclo economico che è già sfinito e fragile, quando le banche centrali sono a corto di munizioni e i margini di manovra di bilancio sono estremamente esigui, negli Stati Uniti come in Europa.

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