Le aziende italiane piacciono ai fondi attivisti

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Lo dice l’ultimo rapporto pubblicato dall’osservatorio di Alvarez & Marsal (A&M), società internazionale della consulenza specializzata nei processi di trasformazione aziendale e del business.

Chiara Merico di Chiara Merico23 luglio 2018 | 11:42

IL RAPPORTO – Sono sempre di più le aziende italiane quotate potenzialmente nel mirino dei fondi attivisti. Lo dice l’ultimo rapporto pubblicato dall’osservatorio di Alvarez & Marsal (A&M), società internazionale della consulenza specializzata nei processi di trasformazione aziendale e del businessOgni trimestre gli analisti di A&M incrociano le informazioni pubbliche di tutte le società quotate in 13 Paesi europei, con una capitalizzazione di mercato superiore ai 200 milioni di dollari, prendendo in esame 42 indicatori, per stilare il rapporto semestrale sull’attivismo dei fondi e fare previsioni sulle società e sui mercati che hanno più probabilità di essere teatro di aggressione da parte dei fondi attivisti. “L’attivismo di alcuni investitori rappresenta una forte spinta alla trasformazione aziendale, ma potrebbe in alcuni casi portare ad una distruzione di valore se fosse unicamente volta al trading speculativo di lungo termine. Prevenire eventuali attacchi sarebbe un beneficio per tutti, azionisti, lavoratori, fornitori e stakeholder”, spiega Alberto Franzone, managing director di Alvarez & Marsal in Italia. Dall’analisi predittiva stilata dall’A&M Activist Alert, AAA, emerge che l’attivismo dei fondi è complessivamente in crescita ma non nella stessa misura in tutti i Paesi monitorati: UK, Germania Francia, Spagna, Svizzera, Italia, Benelux e Paesi Scandinavi.

 

Ecco le principali evidenze emerse:

  • Su oltre 1715 aziende prese in considerazione in Europa, la previsione di A&M è che di queste 156 saranno prese di mira dagli attivisti nei prossimi 12-18 mesi.
  • Tra queste ultime, 12 saranno in Italia, in aumento rispetto al 2017 quando le aziende con un giudizio di alta probabilità di essere target erano 11.
  • L’attrattività dell’Italia aumenta insieme a quella di Francia, Germania e Regno Unito, mentre diminuisce l’appeal delle aziende svizzere e scandinave.
  • Gli activist tanno diventando sempre più impazienti, concedendo meno tempo ai cda per gestire le scarse performance. Il tempo medio tra la prima avvisaglia di sottoperformance e l’azione si è ridotto, passando da poco più di 2 anni nel 2016 all’attuale 1 anno e 8 mesi.

Gli indicatori che influenzano di più l’aggressività dei fondi attivisti sono

  • La variabilità della performance delle diverse aree di business di una società accresce il rischio attivista, da parte di quegli investitori che vedono nei business più deboli opportunità di miglioramento oppure di valorizzazione attraverso cessione.
  • La correlazione con i macro-trend: nel prossimo futuro il settore più esposto al rischio attivista sarà quello dei beni di consumo, alle prese con la disruption generata dai canali retail alternativi, la contrazione della spesa dei consumatori e l’aumento dei costi. Seguono gli industriali, l’healthcare e l’IT. Energia e materie prime al contrario non rientrano nel radar degli attivisti, grazie alla ripresa dei prezzi delle commodity che hanno spinto al rialzo i profitti.
  • La maggiore capitalizzazione: mediamente secondo lo studio la capitalizzazione di mercato media delle aziende a rischio è di 17,58 milioni di dollari, maggiore rispetto all’ultima rilevazione di settembre 2017 (superiore del 6,7%)
  • Un ampio range di profittabilità tra le diverse divisioni cattura l’attenzione degli investitori attivisti.
  • Gli attivi della società: i fondi attivisti prediligono aziende i cui attivi siano superiori alla media del settore.
  • La composizione del board: la maggiore presenza femminile nei consigli di amministrazione riduce la probabilità di finire nel mirino degli investitori attivisti.

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