Invesco: l’Italia non è un rischio per l’Europa

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La società lancia sul mercato italiano un nuovo fondo obbligazionario: l’Invesco Belt and Road Debt che investe in obbligazioni dei Paesi che, nell’ambito del colossale progetto cinese della Nuova Via della Seta, ricevono crescenti afflussi di capitali e li destinano a finalità produttive.

Francesca Vercesi di Francesca Vercesi6 dicembre 2018 | 09:00

«L’Italia ha certo subito un contraccolpo molto forte sui mercati azionario e obbligazionario in questa seconda parte dell’anno ma, a mio avviso, non siamo in presenza di un rischio sistemico», afferma Luca Tobagi, CFA – investment strategist di Invesco nel corso dell’Invesco year press end roundtable che si è tenuto a Milano – riservato alla stampa – dove si è fatto il punto sui mercati e sull’economia globale. Spiega: «Sul Btp si è assistito a flussi in vendita molto massicci ma non fuori controllo. Inoltre va osservata la configurazione dello spread: il suo rialzo (certo violento) è dipeso per l’82% dall’aumento del premio per il rischio che gli investitori chiedono più che dalla diminuzione dei rendimenti tedeschi.  Nel passato, quando a vacillare era l’intero progetto europeo, questa percentuale era del 40-45% perché i flussi andavano verso il Bund che era considerato un porto sicuro. In sintesi oggi l’Italia non è percepita come un Paese che possa mettere a rischio il sistema Europa». Più in generale, guardando ai mercati del 2018, «questo è stato un anno molto complicato dove non è stato facile ottenere rendimento. Ma siamo in presenza di un riprezzamento dei rischi e non dei fondamentali, dato che 45 economie su 45 sono ancora in crescita globale e sincronizzata. In questa fase pesa molto di più il rischio politico rispetto al rischio credito», aggiunge.

QUALCHE IDEA PER I PORTAFOGLI. Calma e diversificazione sono le ricette migliori secondo Tobagi. Continua: «In generale, c’è più valore di prima nelle obbligazioni ma le azioni restano comunque più interessanti anche perché le valutazioni sono molto compresse e quindi interessanti, anche negli Usa. Il ciclo sta maturando e il quadro complessivo suggerisce ancora di mantenere esposizione alle asset class rischiose, ovvero a quelle sensibili all’andamento del ciclo. Infine, accumulare azioni sui ribassi potrebbe rimanere un’opzione strategica interessante. Un’altra opportunità da monitorare è quella legata all’allargamento molto netto dello spread. Le prospettive restano positive per il 2019, anche se il numero di Paesi in cui la crescita rallenta è fisiologicamente destinato ad aumentare. Ci sarà quindi volatilità e ci vorrà più cautela negli investimenti». E poi c’è il dollaro. Conclude Tobagi: «è ora di cominciare a guardarlo con occhi diversi. La gran forza del biglietto verde negli ultimi mesi ha portato a un riposizionamento massiccio degli investitori I fondamentali sono stabili e prezzati e ora è più utile monitorare flussi e posizionamento dato che il dollar Index (trade-weighted) è sostenuto da un posizionamento molto alto e, in prospettiva storica, appare sbilanciato. Ci sono quindi le condizioni per una ripresa delle valute emergenti. È anche possibile l’avvio di una fase di apprezzamento dell’euro vs dollaro con un clima più disteso (ritorno a 1.20?)». In altre parole, il posizionamento pro-dollaro e anti-euro non è più estremo.

GLI USA CONTINUERANNO A CRESCERE. Per John Greenwood, chief economist di Invesco, gli Stati Uniti, diversamente da quanto dice il consensus, non sono arrivati a fine ciclo ma piuttosto sono a metà. Continuerà quindi il ciclo di espansione negli Usa. «Ci aspettiamo un’espansione del Pil reale con tassi di interesse in crescita», afferma. Quanto all’inflazione, sottolinea come questa sia «sempre e ovunque un fenomeno monetario. In generale, non sono i dati il problema, ma gli errori di politica monetaria. Sono quelli che possono portare alla recessione. E ancora: «l’inversione della curva dei rendimenti di per sé non porta alla recessione. La curva del rendimento è un sintomo e non la causa». E l’Europa? «L’Europa è più vulnerabile ed è maggiormente a rischio recessione perché la Bce ha meno armi a disposizione rispetto alla Fed e potrà risentire della fine del QE. Anche se i mercati hanno già cominciato a prezzarlo. Mentre nei mercati emergenti e in Cina «a pesare sono i fallimenti della politica più che il dollaro forte o la guerra dei dazi», taglia corto.

L’INVESCO BELT AND ROAD DEBT FUND. A partire da oggi c’è sul mercato italiano un nuovo fondo obbligazionario: l’Invesco Belt and Road Debt che investe in obbligazioni dei Paesi che, nell’ambito del colossale progetto cinese della Nuova Via della Seta (macro strategia di sviluppo per promuovere la connessione via terra e via mare in Asia, Europa, Medio Oriente e Africa), ricevono crescenti afflussi di capitali e li destinano a finalità produttive. Il comparto è gestito da Ken Hu, chief investment officer fixed Income, Asia Pacific della società. Dice Hu: «prevediamo che la Cina investirà ogni anno da 150 a 200 miliardi di dollari nei paesi B&R e questi sviluppi favoriranno i paesi interessati dal progetto, ovvero Stati Uniti (60 mld di dollari di flussi in investimenti diretti già approvati dal Congresso), Europa (60 mld di euro proposti per il bilancio Ue) e Uk (il Regno Unito dsi è posto l’obiettivo di diventare il maggior investitore del G7 in Africa entro il 2020). Le dimensioni del mercato obbligazionario dei Paesi interessati dalla Belt&Road superano i mille miliardi di dollari e il miglioramento economico tende a favorire gli emittenti di obbligazioni societarie e titoli di Stato lungo la Via. I temi destinati ad evolversi sono: miglioramento della solidità finanziaria, crescita dei consumi, incremento della produzione agricola, energia e materie prime, modernizzazione dei corridoi economici e ampliamento delle infrastrutture». Il fondo mira a un rendimento totale lordo del 5% annuo, con una copertura tattica del rischio di tasso di interesse e una focalizzazione sulle nuove emissioni di obbligazioni Belt & Road in dollari. L’obiettivo è avere oltre il 90% investito in obbligazioni in dollari o coperte in dollari e di mantenere la volatilità intorno al 6% annuo. L’esposizione azionaria può tatticamente salire fino al 10% del NAV, nell’ottica di migliorare il rendimento.

 

 


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