Fondi comuni, rimanere sull’azionario premia

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Savatteri (T. Rowe Price): “Puntare sui pac per trasformare l’aumento della volatilità in opportunità”

Avatar di Max Malandra24 dicembre 2018 | 11:51

“Rimanere investiti sul mercato azionario vale sempre la pena, perché nel lungo termine i rendimenti interessanti arrivano: tra l’altro, abbandonando l’equity, si corre il rischio di perdere i giorni di maggior rimbalzo, cosa che può compromettere irrimediabilmente le performance di lungo periodo”. Così Donato Savatteri (nella foto), country head Italy di T. Rowe Price.

Quali strategie consigliate?

Con i mercati attuali, i piani di accumulo sono un’ottima opzione per trasformare in opportunità l’aumento della volatilità. All’interno dell’azionario, si dovrebbe mantenere sempre una componente di equity americano, che pesa per il 55% dell’indice MSCI All Country World ed è anche il mercato più liquido e più innovativo, dove si quotano anche molte società non americane. In più quest’anno ci sono state le elezioni di Midterm e dal 1950 a oggi, tutti gli anni successivi al voto hanno visto rendimenti positivi sull’S&P500.

Qual è la vostra view sul 2019?

Non prevediamo crisi e l’economia è ancora in salute, ma il rialzo dei tassi negli Usa prosegue e prima o poi inizierà anche in Europa. Maggiore volatilità significa maggiore dispersione e minori correlazioni: di conseguenza sarà favorita la gestione attiva di qualità. Pagherà un approccio strategico agli investimenti, basato su una ricerca ampia a capace, che permetta di evitare titoli e settori problematici, per identificare i vincitori di domani. Per esempio nel 2000 T. Rowe Price, gestore principalmente growth, era nettamente sottopesata sui titoli tecnologici, visti come sopravvalutati, e si è trovata avvantaggiata allo scoppio della bolla dot com. Nel corso della crisi dei sub-prime negli Stati Uniti, una nostra analista, divenuta nota poi come “Duchess of doom”, riuscì a convincere la società a scaricare questi titoli, permettendo al gruppo di uscire indenne dalla crisi.

E qual è la vostra previsione sull’industria del risparmio gestito?

C’è qualche tema che dovrebbe essere monitorato? I flussi sono ancora positivi: anche se quest’anno, complici i mercati difficili, c’è stato un rallentamento, la crescita del risparmio gestito continuerà. Tra l’altro, l’educazione finanziaria è migliorata e gli investitori sono più consapevoli. Il 2019 sarà per certi versi il “vero” primo anno della Mifid 2 in quanto arriveranno i rendiconti sui costi, un anno di confronto da gestire con attenzione per porre le basi di una relazione di massima fiducia. Sul fronte dei mercati finanziari, l’aspetto catalizzatore sarà il potenziale ritorno della volatilità e sarà il primo anno senza Qe (Quantitative easing, n.d.r.) in Europa, quindi bisognerà adattarsi a una maggiore dispersione dei rendimenti.

A proposito di Mifid 2, com’è applicata a suo giudizio?

Mifid 2 ha aumentato l’attenzione verso la qualità. Molti operatori hanno usato modelli quantitativi di valutazione dei fondi e sulla base di questi test hanno rivisto l’offerta con esclusione o inclusione di prodotti. La nuova normativa ha anche incentivato le deleghe di gestione: molti operatori hanno affidato al miglior gestore di ogni singola asset class un mandato di subadvisory. Queste tendenze ci stanno favorendo nelle relazioni con le controparti, in quanto risultiamo in entrambi i casi posizionati molto bene.

Quali sono le vostre strategie societarie per il 2019 in Italia?

Vogliamo continuare il nostro percorso di crescita iniziato pochi anni fa su tutti e tre i canali in cui siamo operativi: wholesale, dove abbiamo una posizione sempre più rilevante, grazie all’adattabilità delle nostre strategie alle esigenze di chi fa asset allocation, istituzionale e distribuzione dei prodotti. La crescita maggiore è proprio su quest’ultimo segmento sia tramite le reti che nel private banking. Stiamo stringendo partnership rilevanti con diversi gruppi leader in Italia, anche sulle deleghe di gestione, e a breve annunceremo almeno tre nuovi accordi molto importanti. Infine rafforzeremo significativamente l’attività di marketing e comunicazione, per rendere il brand sempre più conosciuto – non tutti sanno per esempio che gestiamo oltre 1.000 miliardi di dollari – sia attraverso una maggiore presenza anche dei nostri gestori sul territorio, sia portando in Italia diverse best practice di successo sul mercato Usa, quali i programmi di educazione finanziaria per i bambini, l’approccio ai millennial e altro.

Quali sono le principali richieste che ricevete dai consulenti? E come rispondete?

Le principali domande sui mercati che ci arrivano vertono sulla durata della fase positiva dell’azionario, su come affrontare la fine del Qe e dove trovare rendimenti. In questo senso, non vediamo ancora motivi di preoccupazione reale, anche se d’ora in poi sarà necessario essere più selettivi. Spesso ci viene anche chiesto come spiegare al cliente che i costi di gestione sono giustificati e quali sono i vantaggi della gestione attiva. Come rispondiamo? Semplice: la gestione attiva prevede che dei professionisti dedicati si occupino di identificare i vincitori di domani e di evitare le trappole, indipendentemente dalla presenza o meno in un indice. Non posso difendere tutta la categoria perché molti gestori attivi hanno deluso le aspettative, ma T. Rowe Price, grazie a un approccio strategico agli investimenti, può vantare risultati oggettivi di rilievo perfino sul mercato azionario Usa, tradizionalmente il più difficile da battere.

E voi come puntate a soddisfare le esigenze degli investitori in tema di trasparenza e di contenimento dei costi?

Per noi la trasparenza è sempre stata non negoziabile: è l’assunto di base su cui ha puntato il fondatore, Thomas Rowe Price, fin dal principio. La politica dei costi è molto ben definita, a vantaggio sia dell’investitore che del consulente. Le commissioni di gestione sono in linea con la concorrenza, mentre applichiamo un cap, un tetto massimo complessivo, alle spese amministrative operative che costituiscono una delle due componenti delle spese correnti insieme alle commissioni di gestione, e che includono per esempio le spese di banca depositaria, documentazione d’offerta, costi di registrazione e tutte le altre voci che vanno a gravare sul fondo, a detrimento della performance. Se queste spese superano il cap, l’eccedenza viene assorbita da noi. Il cap è di 10 punti base sulle classi istituzionali e 17 punti base su quelle retail. Va notato che il cap è un limite massimo, ma queste spese tendono a diminuire all’aumentare delle masse del fondo, quindi per i fondi flagship sono nettamente inferiori allo 0,17%.


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