Cari gestori, tagliate le fee

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Luca Spoldi di Luca Spoldi 13 Febbraio 2019 | 17:15
Per evitare la fuga dei clienti, le sgr potrebbero limare le commissioni del 5%-10%

Sono trascorsi otto anni da quando, nel dicembre 2010, la Commissione Ue varò la prima consultazione sulla Mifid 2. Ma solo nelle prossime settimane ci sarà la prova del fuoco per reti distributive e consulenti finanziari italiani, chiamati a indicare alla propria clientela quanto guadagnano in termini di commissioni.

Costi senza veli
Una trasparenza che secondo molti è poco gradita anche perché giunge nel momento in cui il settore del risparmio gestito si trova già a dover far digerire performance non esattamente esaltanti: a fronte di un calo del 16,7% dell’indice Ftse Italia nel 2018, i fondi azionari italiani hanno applicato mediamente, secondo Morningstar, commissioni correnti pari al 2,13% del patrimonio a cui si aggiungono commissioni d’ingresso in media pari al 2,68% sul capitale versato. Come dire che, su mille euro investiti in un fondo azionario italiano, un cliente lo scorso anno ha mediamente subito un costo di 26,8 euro per ritrovarsi con un capitale inferiore a quello di partenza.

Il conto della spesa
Se preferite, il costo medio annuo di gestione dei fondi comuni e sicav italiani a fine 2017 era pari all’1,3% secondo l’ultima edizione della consueta indagine annuale di Mediobanca. Tradotto in soldoni, si tratta di 13 euro di costi ogni mille euro di capitale investito. Molti clienti, in particolare quelli affluent con patrimoni di maggiori dimensioni, non sono del tutto consapevoli di questo fiume di denaro e potrebbero reagire negativamente alla novità. Per evitare un eccessivo disinnamoramento dei clienti, il risparmio gestito italiano potrebbe limare di un 5%-10% i costi addossati agli investitori, per un totale di 200-400 milioni o poco più in valore assoluto.

L’impatto sui ricavi
La strategia avrebbe un impatto sui ricavi dei consulenti finanziari italiani, con una probabile spinta all’ulteriore concentrazione dei portafogli per l’uscita di scena dei professionisti con portafogli marginali e un ribilanciamento dell’attività dei consulenti dalla distribuzione alla consulenza finanziaria. Sempre meno promotori, sempre più gestori di patrimoni: il destino dei consulenti italiani, autonomi o meno, sembra tracciato.

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