Mercati, occhio al nuovo possibile rally

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Avatar di Redazione28 agosto 2019 | 11:43

Vi riportiamo di seguito la weekly strategy a cura del Cross Asset Solutions (CAS) team di Unigestion.

Recentemente i mercati hanno mostrato segni di insoddisfazione, dati gli alti e bassi di negoziati non così trasparenti tra Stati Uniti e Cina che hanno frustrato gli investitori e danneggiato il sentiment. La svalutazione del renminbi, anche se di modesta entità, è ancora un segno che la Cina è ben lungi dall’essere sconfitta, mentre il Presidente americano non è mai a corto di tweet vendicativi. Nel frattempo, i dati macro non sono negativi, ma nemmeno positivi: vediamo infatti rischi crescenti. Infine, l’inflazione è scomparsa e ciò è, di per sé, un puzzle da risolvere per i banchieri centrali. Questi venti contrari inducono a chiederci cosa potrebbe innescare oggi un rally dei mercati: guardando oltre la volatilità di giornata, ecco la nostra analisi “what if”.

Il quadro macro potrebbe migliorare
A nostro avviso, il quadro macroeconomico attuale desta fonti di preoccupazione: l’indicatore IFO tedesco ha raggiunto quota 95,7, livello raggiunto l’ultima volta nel 2012; il 70% dei dati osservati dell’indagine della Commissione Europea è in calo; l’ISM statunitense è passato da 60,8 punti nel 2018 a 51,2 in agosto, avvicinandosi alla soglia psicologica dei 50; e in Cina, il tasso di crescita delle importazioni, probabilmente uno dei migliori indicatori dell’evoluzione dei consumi del paese, è sceso dal 27% del 2018 all’attuale 0%. Dove possiamo trovare margini per un potenziale miglioramento, dato un quadro macroeconomico complessivamente così negativo?

In primo luogo, anche se questi numeri hanno dimostrato di essere indicatori affidabili della salute economica, ci sono altre cifre che forniscono un quadro diverso. Nel caso degli Stati Uniti, l’indicatore CFNAI si aggira ancora intorno alla media del periodo di espansione, la Fed di Atlanta vede il Pil degli Stati Uniti nel terzo trimestre intorno al 2%, mentre la Fed di New York lo vede leggermente al di sotto di questa soglia. Anche il nostro Growth Nowcaster prevede una crescita degli Stati Uniti intorno al 2% nel terzo trimestre, sostenuta da un mercato del lavoro e immobiliare solido.

Ancora più importante, dato che la Fed continuerà le politiche di allentamento, le aree economiche più sensibili ai tassi di interesse (consumo di beni durevoli, immobiliare e investimenti) saranno ancor più stimolate di quanto lo sono oggi. Ad esempio, le vendite di auto sono rimaste ferme finora, ma con i tassi a breve termine che si stanno abbassando, le famiglie potrebbero decidere di cambiare veicolo. Va anche notato che la crescita del reddito delle persone fisiche negli USA è superiore di oltre il 3% ai tassi a breve termine, il che costituisce un ragionevole incentivo per le famiglie ad aumentare il loro debito a breve.

Nel caso cinese, il governo e le banche centrali hanno un certo margine di manovra per stimolare l’economia e negli ultimi 15 anni hanno dimostrato la loro abilità di guide. La situazione che più ci preoccupa è quella europea e, soprattutto, tedesca. Tuttavia, anche in questo caso, ci sono delle buone ragioni per sperare. In primo luogo, le importazioni cinesi si sono stabilizzate negli ultimi due mesi e non stanno più crollando (l’Europa dipende dalla Cina). Secondariamente, la Bce sta dando chiari segnali di essere dalla parte “colomba” e di sostenere le condizioni del credito. Se il ciclo di crescita degli Stati Uniti inizia a migliorare, lo stimolo esterno potrebbe alimentarsi di queste condizioni favorevoli, portando i consumatori europei a trovare la fiducia che manca, spingendoli ad assumersi impegni più a lungo termine. Il quadro non è affatto roseo, ma le cose potrebbero orientarsi positivamente nel giro di pochi mesi, soprattutto perché il credito potrebbe finalmente mantenere le sue promesse.

La guerra commerciale potrebbe stabilizzarsi, risollevando il sentiment
Una stabilizzazione della guerra commerciale rappresenterebbe un secondo potenziale fattore in grado di favorire la crescita dei mercati di qui alla fine dell’anno. Ci sono ragioni per essere ottimisti al di là degli eventi degli ultimi giorni. In primo luogo, la Cina sta mostrando i muscoli e lo ha già fatto due volte. Tra luglio 2018 e aprile 2019, ha importato dagli Stati Uniti solo un terzo del petrolio rispetto al 2017. La limitata svalutazione valutaria è un altro segno di resistenza alla spinta del governo americano. Andando avanti, due elementi diventeranno probabilmente importanti e porranno fine a questa situazione lose-lose. In primis, c’è un limite alle svalutazioni che la Cina può effettuare senza vedere massicci deflussi di investimenti diretti esteri, da cui dipende ancora il futuro del paese. In secondo luogo, le elezioni negli Stati Uniti sono alle porte e Donald Trump non può permettersi di terminare il suo mandato con l’economia in recessione (anche se il suo recente atteggiamento non è coerente con ciò). Il crollo del commercio globale che si protrae da un anno è una minaccia per la sua rielezione ed egli stesso ha riconosciuto che alcuni dazi faranno del male al consumatore americano.

Allo stesso tempo, negli ultimi due mesi gli indici del commercio mondiale si sono ripresi o stabilizzati. L’indice di volumi CPB World Trade si trova attualmente al livello di novembre 2017, solo il 2% in meno rispetto al suo massimo di novembre 2018. Il Baltic Dry Index ha registrato un eccellente recupero del 200% tra metà giugno e metà agosto di quest’anno, anche se passato per lo più inosservato. Anche gli indici cinesi del trasporto merci hanno registrato un’evoluzione simile, sebbene meno pronunciata. In breve, il commercio mondiale oggi è in una situazione migliore di quanto non lo fosse in aprile e qualsiasi progresso su questo fronte sarebbe un ulteriore fattore positivo, spingendo il sentiment nella giusta direzione.

Una politica monetaria accomodante rende attraenti le valutazioni
Infine, i migliori alleati dei mercati negli ultimi tempi sono state le banche centrali. Il rischio inflazione è basso, in quanto la maggior parte dei driver si sta attualmente orientando verso sud. L’inflazione core negli Stati Uniti è al 2,2%, mentre l’inflazione generale all’1,8%, il che riflette l’attuale ciclo molto mediocre delle materie prime. Nell’eurozona, l’inflazione core ha avuto un’evoluzione stabile, attorno all’1%. L’andamento sorprendente dei mercati dei paesi sviluppati è dato dal fatto che questa bassa inflazione sembra essere strutturale: la crescita dei salari e i tassi di utilizzo della capacità produttiva rimangono solidi, ma con crescita e cicli delle materie prime più lenti, l’inflazione rimane bassa. Si tratta di una situazione preoccupante, dato che la missione alla base della maggior parte delle banche centrali è quella di allineare l’inflazione agli obiettivi a lungo termine, attorno al 2%.

Si tratta di una buona notizia a livello globale, con investitori obbligazionari e azionari in grado di godere del confortante sostegno delle banche centrali che pilotano il ciclo del credito e aiutano l’inflazione a ritrovare il suo obiettivo a lungo termine senza troppi rischi di surriscaldamento. La Fed e la Bce stanno giocando con forza questa carta quest’anno e, nonostante il rallentamento del macro momentum, le azioni e le obbligazioni si sono riprese. Non ci aspettiamo un cambiamento di posizione: la Fed dovrebbe continuare a tagliare i tassi nei prossimi trimestri e la Bce farà il possibile per guadagnare il tempo sufficiente affinché i governi europei possano decidere di spendere di più. Con la recente correzione del mercato, le valutazioni appaiono ancora più interessanti se inserite nel contesto di questa politica monetaria a supporto.

L’allineamento di questi tre fattori (macro, sentiment e valutazioni) potrebbe portare ad un quarto trimestre positivo in termini di crescita della performance degli asset. Questo, per il momento, continua ad essere uno scenario estremamente roseo e quasi troppo bello per essere vero, nonché basato sull’assenza di tweet imprevedibili. La stagionalità non è in genere elevata da metà agosto a metà settembre, ma di recente il posizionamento azionario è diminuito con un aumento degli spread, offrendo un migliore equilibrio tra rischio e rendimento per i detentori di obbligazioni di credito.

Per ora, questa è più un’analisi “what if” che altro. Ma rimarremo vigili su questi tre segnali per non perdere la transizione verso la risalita dei mercati.


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