Asset allocation, un portafoglio bilanciato per i mercati turbolenti

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Avatar di Redazione29 agosto 2019 | 11:41

Vi proponiamo di seguito un approfondimento sull’asset allocation a cura di Yves Ceelen, Head of Institutional Portfolio Management di DPAM.

Dati economici deludenti e crescenti tensioni geopolitiche hanno reso gli investitori nervosi. Il rendimento dei titoli di Stato tedeschi a 10 anni continua a raggiungere nuovi livelli record di minimo: di recente è sceso infatti sotto il -0,7%. Le valute asiatiche sono in calo rispetto al dollaro USA e il prezzo del rame è sull’orlo di un ulteriore crollo. Inoltre, le banche europee sembrano estremamente vulnerabili, con la quotazione del titolo Deutsche Bank che ha raggiunto ancora una volta un minimo storico.

La contrazione dell’economia tedesca nel secondo trimestre del 2019 e la deludente produzione industriale cinese vanno ad aggiungersi a tutti quei segnali che indicano con sempre più forza un rallentamento dell’economia globale. Finora, tuttavia, il rallentamento sembra circoscritto al settore manifatturiero. Per impedire al settore dei servizi di seguire l’esempio, saranno necessari stimoli monetari e fiscali. Chiaramente, il mercato si aspetta molto dalle banche centrali: la BCE, ad esempio, dovrebbe ridurre il tasso di riferimento a -0,8% entro un anno. Non ci aspettiamo che le banche centrali deludano, ma temiamo che i governi non comprendano appieno l’urgenza della questione.

Nonostante la cautela sia giustificata, le azioni continuano a svolgere un ruolo importante all’interno dei portafogli. Nel breve termine, è preferibile l’esposizione all’azionario statunitense, in quanto la crescita degli utili delle società ad alta capitalizzazione è ancora positiva e le imprese continuano a riacquistare le proprie azioni attraverso operazioni di share buyback. Inoltre, il numero di aziende capaci di innovazioni dirompenti è molto alto negli Stati Uniti. Le azioni europee hanno ancora un potenziale se si evitano settori eccessivamente regolamentati, come quello bancario. Questi settori – se valutati secondo i tradizionali multipli di valutazione – possono sembrare economici, ma sono tali per una ragione, poiché tengono conto di prospettive di crescita scarse. Le azioni giapponesi e dei mercati emergenti stanno soffrendo in termini di performance e non vi sono indicazioni che questa tendenza cambierà presto.

Nell’ambito del reddito fisso, preferiamo i titoli di Stato alle obbligazioni societarie. È fondamentale, all’interno di questo specifico segmento, mantenere l’esposizione globale. I titoli di Stato globali offrono infatti una migliore diversificazione in un portafoglio bilanciato e rendimenti attesi più elevati rispetto ai soli titoli di Stato dei paesi della zona Euro. Le curve dei tassi in Australia, Nuova Zelanda, Canada e Stati Uniti sono interessanti non solo per i rendimenti più elevati, ma anche per il loro potenziale di ulteriore riduzione. Consideriamo una possibilità reale che i rendimenti dei titoli di Stato a 10 anni di questi paesi si avvicinino allo 0% nella prossima recessione, il che potrebbe portare a performance a due cifre. Anche il debito in valuta locale dei paesi emergenti rimane interessante: le posizioni della Fed e della BCE infatti, oltre a rendere i loro livelli di rendimento più attrattivi, permettono alle banche centrali dei paesi emergenti di dare un po’ di respiro alla loro economia attraverso una politica monetaria a loro volta più accomodante. Siamo più cauti nei confronti delle obbligazioni societarie a causa della loro scarsa liquidità. Considerato il prolungato ciclo economico, è imperativo proteggere la liquidità di un portafoglio bilanciato. Il premio limitato offerto dalle obbligazioni societarie e il potenziale rialzo derivante da un’altra tornata di QE non riuscirebbero a compensare adeguatamente la liquidità inferiore di questa classe di attivi.  

Infine, dopo anni di profitti non particolarmente brillanti, le stelle si sono finalmente allineate per far sì che l’oro performi di nuovo positivamente. Poiché sempre più obbligazioni offrono rendimenti negativi, l’oro è diventato un investimento più attraente. Inoltre, la maggior parte dei paesi sta spingendo per una valuta più debole, un elemento che tipicamente risulta essere di supporto per le classi di attivi reali. Infine, l’aumento dei disavanzi fiscali incide negativamente sulla fiducia degli investitori nell’economia, determinando un aumento della domanda di attivi rifugio come l’oro. Non a caso, il prezzo dell’oro è già aumentato di oltre il 17% nel 2019, e c’è un’alta probabilità di ulteriore rialzo. L’elevato potenziale di rendimento e l’effetto di diversificazione dell’oro ne fanno un’aggiunta preziosa a un portafoglio bilanciato.

In conclusione, ci aspettiamo che le azioni delle aziende ad alta capitalizzazione (soprattutto statunitensi) ricoprano un ruolo importante all’interno del portafoglio, che sarà però anche composto da titoli di Stato internazionali e da una posizione sull’oro fisico per far fronte a un contesto di maggiore volatilità.


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