Asset allocation: qualche spunto per chiudere l’anno

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Avatar di Redazione6 novembre 2019 | 14:50

Dopo un ottobre che si è chiuso positivamente, quale asset allocation per la fine dell’anno? A questa domanda prova a rispondere a weekly strategy a cura del Cross Asset Solutions (CAS) team di Unigestion. Ve la riportiamo di seguito.

Il mese di ottobre è iniziato all’ombra di aspettative fortemente negative, ma si è concluso con una nota positiva, in quanto i pericoli principali sono stati evitati. All’inizio del mese, i timori di recessione facevano notizia, le aspettative di un intervento della banca centrale erano consistenti, mentre lo stress geopolitico era elevato a causa delle tensioni legate alla Brexit e alla guerra commerciale. Inoltre, gli utili del terzo trimestre delle società Usa sono stati pubblicati a fronte di un crescente pessimismo. Tuttavia, queste sacche di rischio si sono ridimensionate, alimentando un mercato rialzista con vitamine fresche per prepararsi ai prossimi mesi freddi. Sia gli asset rischiosi che quelli di copertura hanno tratto beneficio, ma la rotazione, la dispersione e le distorsioni di correlazione hanno cominciato ad apparire in numerose asset class, lasciandoci con diverse domande a cui rispondere: questo trend continuerà? Quali asset finiranno per “volare sulla luna”, e come possiamo posizionarci per gli ultimi 40 giorni di trading dell’anno?

La crescita economica risorge...
Le condizioni economiche hanno continuato a stabilizzarsi e a consolidarsi intorno al potenziale in ottobre, con un aumento del numero di dati in costante miglioramento nel corso del mese. Il nostro Growth Nowcaster indica che il volume dell’attività economica globale sta crescendo moderatamente, lontano dai livelli recessivi. Abbiamo osservato questa stabilizzazione per più di sei mesi senza segni di deterioramento, sia nei paesi sviluppati che in quelli emergenti, e riteniamo affidabili questi segnali. La nostra valutazione è stata recentemente avvalorata da un Pil trimestrale statunitense superiore alle attese, con un tasso di crescita annualizzato dell’1,9%, sostanzialmente invariato rispetto al secondo trimestre. Gli scettici sosterranno che la ripartizione è preoccupante, dato che solo le misure a favore dei consumatori hanno contribuito positivamente, mentre le altre componenti sono state più contenute. La debolezza degli investimenti può essere attribuita a un’escalation delle tensioni commerciali durante l’estate. Se ciò è vero, qualsiasi miglioramento su questo fronte avrà un impatto positivo sui soft data e sul capex, che potrebbe spingere la crescita al di sopra del 2% nel breve termine. I consumatori sono al centro dell’attenzione in questi giorni e finché i dati sull’occupazione rimarranno solidi, gli effetti duraturi di un mercato del lavoro positivo continueranno ad essere favorevoli alla crescita. Altrove, i primi segnali di miglioramento sono fonte di speranza in Europa, in particolare in Francia e in Italia, mentre la Cina mostra segni di rafforzamento da livelli inferiori al potenziale.

….grazie all’azione delle banche centrali
Ad ottobre si sono svolti importanti meeting delle banche centrali. La Fed, la Bce, la Bank of Japan e altre hanno modificato le loro posizioni in materia di politica monetaria e hanno ampiamente soddisfatto le aspettative degli investitori riguardo al mantenimento del sostegno monetario per un periodo più lungo. Restano ancora in vigore ampi accomodamenti a sostegno della crescita e per rilanciare l’inflazione, che rimane la parte mancante dell’equazione. Mario Draghi ha lasciato la Bce in un contesto variegato, con crescita e inflazione al di sotto dell’obiettivo dei target, ma dopo aver evitato una grave crisi sistemica e la recessione.

Il presidente della Fed Jerome Powell ha recentemente varato il terzo e forse ultimo dei suoi cosiddetti tagli dei tassi per l’aggiustamento di metà ciclo. Assieme ai colleghi della Fomc si trova ad affrontare, da un lato, una crescita economica accettabile e dati solidi sull’occupazione e, dall’altro, i rischi legati all’inflazione, al rallentamento industriale e agli scambi commerciali. Riteniamo che le banche centrali abbiano aggiustato pragmaticamente le loro politiche, raggiungendo i loro obiettivi e ora dovranno osservare gli effetti del sostegno monetario nei trimestri a venire. Guardando alle prospettive future, non ci aspettiamo venti contrari da parte dei policy-maker, che dovrebbero mantenere le loro posizioni accomodanti, a meno che non si presentino rischi di surriscaldamento dell’attività economica o di inflazione. Quest’ultima non si vede ancora da nessuna parte e rappresenta un altro elemento positivo per l’assunzione di rischi.

Il sentiment è migliorato, ma rotazione e dispersione contano
Le preoccupazioni attorno a Brexit, commercio, tensioni in Medio Oriente e utili del terzo trimestre sono calate nel mese, migliorando il sentiment del mercato e aprendo la strada ad un graduale aumento della propensione al rischio. Le probabilità di una hard Brexit sono sostanzialmente diminuite, anche se i rischi elettorali saranno ora al centro della scena. Anche le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina si sono attenuate, con entrambe le parti che hanno finalmente mostrato la volontà di trovare un compromesso. Anche sul fronte micro la situazione è più serena. Oltre l’80% delle aziende S&P 500 che hanno riportato i risultati del terzo trimestre hanno finora battuto le aspettative sugli utili. In Europa, il 61% degli utili dello Stoxx 600 è migliore del previsto, un miglioramento rispetto ai trimestri precedenti nonostante la performance negativa in termini assoluti. A causa del forte pessimismo iniziale, le società che hanno superato le aspettative sono state meglio premiate dal mercato, mentre quelle con performance peggiori sono state penalizzate. Complessivamente, gli indici azionari globali hanno raggiunto nuovi massimi storici in ottobre, con un rendimento del +2,7% per l’MSCI All Country e di oltre il 20% ad oggi.

Nel frattempo, l’indice di volatilità (VIX) è sceso dal 20% di inizio mese al 13% il 31 ottobre. Gli asset di copertura (titoli di Stato) si sono di conseguenza indeboliti: i rendimenti dei Treasury a 10 anni sono saliti ai massimi a tre mesi all’1,86%, mentre gli indici sovrani hanno perso lo 0,45% in termini di rendimento totale, chiudendo al ribasso per il secondo mese consecutivo. Tuttavia, scavando più a fondo, le distorsioni di rotazione e correlazione sono in atto da un paio di mesi e dovranno essere monitorate attentamente per ottimizzare le decisioni di allocazione, così da evitare di essere colti da inversioni di tendenza indesiderate. Ultimamente, l’aumento dei rendimenti reali ha finalmente innescato una sovraperformance nel value e negli elevati dividendi delle azioni rispetto agli approcci growth e momentum che all’inizio dell’anno avevano ampiamente sovraperformato. Lo stesso vale per gli indici azionari emergenti, che hanno sovraperformato i loro omologhi sviluppati, registrando rispettivamente il 4,18% e il 2,8%. La ricerca di un maggiore carry, il miglioramento delle condizioni macroeconomiche e geopolitiche e l’indebolimento del dollaro USA hanno contribuito a sostenere gli asset emergenti. Al contrario, le strategie azionarie a bassa volatilità hanno risentito del repricing della duration e dell’aumento della propensione al rischio, mentre il credito high yield non ha raggiunto gli indici beta storici rispetto agli indici azionari, con valutazioni ricche e un forte affollamento che hanno pesato sulla domanda dell’asset class.

L’asset allocation per la fine dell’anno
La combinazione tra crescita tiepida ma in miglioramento, bassa inflazione, banche centrali a sostegno e rischi decrescenti crea, a nostro avviso, un contesto molto favorevole per mantenere maggiori esposizioni verso le asset class legate alla crescita, ricercando al contempo opportunità di carry. Tuttavia, dato lo stile di rotazione e le distorsioni di correlazione, la nostra preferenza all’interno degli asset rischiosi va all’azionario ed a porzioni selettive dell’universo del credito e della volatilità. Al contrario, le politiche di sostegno della banca centrale e la riduzione del pricing del rischio di recessione ci portano a sottopesare i titoli di Stato e i titoli legati all’inflazione. Nell’azionario continuiamo a considerare gli asset dei mercati emergenti come un potenziale sovraperformer, e l’attuale pessimismo per la crescita dei dividendi come un’opportunità, che implementiamo su base opportunistica.


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