Investimenti, la spinta della trasparenza

A
A
A
Avatar di Redazione7 novembre 2019 | 12:51

Morningstar ha presentato Morningstar Investment Conference 2019. Anche se non sempre viene menzionata, la trasparenza rimane l’elemento fondamentale ai fini di una buona “investment practice” la cui azione è solitamente irta di ostacoli, commissioni nascoste e incentivi che rendono gli interessi del settore opaco e a volte preponderanti rispetto agli interessi degli investitori. L’edizione 2019 della Morningstar Investment Conference si è aperta con un appello ai rappresentanti dell’industria affinchè venga posta maggiore attenzione al tema dei “costi nascosti”, perché anche se le commissioni per le gestioni patrimoniali stanno diminuendo, la spesa totale per gli investitori finali resta ostinatamente alta poichè resistono  commissioni poco conosciute talvolta inserite in categorie fantasiose come, ad esempio, le cosiddette “commissioni di piattaforma”.

“La trasparenza crea oggi nuove opportunità e responsabilità per chi persegue l’obiettivo di una consulenza personalizzata” esordisce Davide Pelusi, amministratore delegato South EMEA di Morningstar. “Non paghiamo o addebitiamo mai commissioni di retrocessione, poiché tali commissioni non sono necessarie per il successo degli investitori. Recentemente un broker ci ha detto che avremmo dovuto applicare una commissione che non sarebbe stata divulgata agli investitori finali se avessimo voluto inserire i nostri nuovi fondi nella loro piattaforma.  Abbiamo detto di no. Semplicemente non partecipiamo a nulla in cui l’investitore non abbia una chiarezza cristallina.”

Alcune delle direttrici lungo le quali si muovono case di gestione e prodotti sottostanti riguardano sostanzialmente la compressione delle commissioni, indici alternativi, soluzioni di investimento, private equity e investimenti sostenibili.

Morningstar, tra i principali fornitori mondiali di indici, ha iniziato già da tempo a ripensare il proprio modello commissionale applicato agli indici, che ha implementato attraverso il Morningstar Open Indexes Project. Riconoscendo che gli indici rappresentano un costo significativo che va ad impattare sui rendimenti dei fondi, Morningstar ha di fatto azzerato le fee e le licenze su 100 global equity index per l’utilizzo dei fondi come benchmark. 

Poiché il settore si consolida e le linee si confondono in modo imprevedibile, è molto importante disporre di partner indipendenti per proteggere la propria credibilità. Questo vale soprattutto per quanto riguarda la trasparenza nella ricerca che, se condotta correttamente, dovrebbe assegnare classificazioni e rating in modo rigoroso e semplice. 

Una trasparenza che non è fine a se stessa ma permette il controllo e produce risultati più forti. 

“Il gap tra gestioni attive e indicizzate non è mai stato maggiore” ha sottolineato nella sua presentazione Dan Lefkovitz, Strategist sugli Indici di Morningstar. “Invece di focalizzare le valutazioni solo sui concetti più evidenti come value o growth, nella Equity Research tendiamo a utilizzare il concetto di MOAT, consapevoli che alcune società possiedono caratteristiche competitive che le rendono indiscutibilmente vincenti anche nel lungo termine. Una volta individuate questi titoli, tuttavia, andrebbero inseriti in portafoglio solo se trattano ad un prezzo di sconto (Price to fair value) e non basandoci semplicemente sul parametro del Price Earning.”

Tra le tendenze emergenti ormai consolidate, l’investimento sostenibile registra indubbiamente una crescita robusta e che non accenna ad alcuna inversione di marcia, sia che si tratti di fondi comuni che di ETF, a prescindere dalla crescita del mercato in generale.

In un dibattito cui hanno partecipato alcune case di gestione presenti in Italia (Amundi, Banor SIM, Robeco) e coordinato da Sara Silano, Editorial Manager a Morningstar, è apparso evidente come per i prossimi 5-10 anni chi vorrà selezionare titoli ESG sarà innanzitutto chiamato a identificare le aziende che hanno ancora potenziale di miglioramento dal lato sostenibilità e come occorrerà sempre di più integrare i fattori ESG nelle analisi finanziarie superando il semplice screening delle posizioni. Si tratta di un mercato che, seppur in sviluppo, ha ancora moltissima strada da fare se si considera, come è stato ricordato, che solo un terzo dei fondi pensione sta integrando criteri ESG nei propri processi di investimento.

Secondo un sondaggio condotto tra gli investitori, i fondi tematici e ambientali rappresentano la strategia sostenibile che si diffonderà maggiormente nei prossimi cinque anni, seguita dalle strategie di  ESG Integration e da quelle di Impact Investing. 

Ma come può un investitore stabilire quale rischio di sostenibilità è associato all’investimento prescelto? 

Negli ultimi dieci anni il patrimonio investito in asset sostenibili è cresciuto superando i 30.000 miliardi di dollari.

Dal 31 ottobre Morningstar ha affinato la metodologia del Sustainability rating (i globi), una valutazione della sostenibilità attribuita a circa 17.000 fondi ed Etf in Europa e 38.000 al mondo. La principale innovazione è l’integrazione del rischio ESG nel giudizio. Come hanno spiegato Hortense Bioy, Sustainabilty Research Specialist di Morningstar e Francesco Mazzeo, Associate Director di Sustainalytics, l’ESG risk è il rischio non gestito, ossia quello che si ottiene deducendo dall’esposizione totale ai rischi ESG la parte che l’azienda sta effettivamente gestendo. In questo modo, è possibile tenere conto dei rischi e delle opportunità che derivano dal processo di mitigazione di tali pericoli. Tale approccio, che utilizza la stessa scala per i vari settori, tiene in considerazione il fatto che società di differenti industrie sono esposte a rischi diversi. Ad esempio, per le compagnie petrolifere, metà dell’ESG risk deriva dalle emissioni di carbonio. I globi, dunque, permetteranno di valutare il rischio ESG di un fondo a confronto con i concorrenti.

“Gli investitori sono diventati più consapevoli rispetto a vent’anni  e devono essere messi in grado di identificare i rischi ESG e di valutare come possono influenzare le performance di lungo termine dei loro investimenti” ha detto Hortense Bioy. “Mentre in passato l’attenzione era rivolta principalmente alla disclosure, la prossima generazione di rating misurerà gli impatti dei diversi fattori di rischio sulla governance e sulla performance. Il concetto di rischio residuale o potenziale va proprio in questa direzione. Quali sono I rischi rilevanti? E che tipo di impatto possono avere sulla performance del titolo a lungo termine? Saranno queste le domande a cui dovremo cercare di dare una risposta.”


Non è possibile commentare.

Ti può anche interessare

Fondi, ecco i gestori d’oro del 2019

Dopo un 2018 passato in apnea, il 2019 dei mercati sta consegnando risultati a doppia cifra. Dal pri ...

Asset allocation: dopo il rally è tempo di protezione

Cari consulenti, dopo lo sprint di inizio è state è tempo di correre ai ripari. Ce lo spiega un co ...

Fondi, top e flop del 20/11/18

La rubrica dedicata al risparmio gestito ...