Vai Pir, ora torna e vola

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di Marcello Astorri 13 Dicembre 2019 | 10:46

La macchina da afflussi dei Piani individuali di risparmio (Pir) potrebbe presto rimettersi in moto. Almeno, questi sono gli auspici dell’industria del risparmio gestito dopo che la maggioranza giallorossa sembra aver trovato un accordo per la riforma di questi veicoli di investimento. Andrà infatti in pensione il doppio vincolo: 3,5% del patrimonio da investire sull’Aim e un altro 3,5% da impiegare in venture capital. Al suo posto, ne rimarrà un altro meno stringente: una quota del 3,5% dell’intero patrimonio dei Pir dovrà essere destinata a strumenti finanziari di imprese di piccola e media capitalizzazione “diverse da quelle inserite nell’indice Ftse Mib e Ftse Mid della Borsa Italiana”. Un ulteriore quota del 17,5% dovrà invece essere investita in strumenti finanziari emessi da aziende italiane che non fanno parte dell’indice Ftse Mib ( o di indici equivalenti di mercati regolamentati). Quest’ultimo è il vincolo già previsto inizialmente per la versione originaria dei Pir, introdotta nel 2018 prima delle modifiche della maggioranza gialloverde. Dunque, per i Piani individuali di risparmio si volta di nuovo pagina, con un parziale ritorno al passato. L’intervento era richiesto con insistenza da molti attori dell’industria dopo la riforma dell’anno scorso, quando l’esecutivo gialloverde aveva appunto introdotto, per convogliare risorse nell’economia reale, un doppio vincolo per i gestori che si trovavano costretti a riservare una quota consistente del capitale in attività poco liquide.

L’industria in rivolta
Questo, oltre al ritardo dei decreti attuativi, aveva condotto a un blocco dei Pir, con deflussi stimati da Equita in 700 milioni di euro per il 2019. Eppure, quando furono introdotti con la legge di bilancio del 2017, i Pir andarono benissimo con 11 miliardi di euro di raccolta netta. Poi, a fine 2018, il nuovo governo Lega-Movimento 5 Stelle decise di cambiare l’impianto dello strumento. La risposta non è stata entusiasta, come già scritto in precedenza. Al punto che Tommaso Corcos, presidente di Assogestioni, lo scorso settembre sul Sole 24 Ore tuonava contro la riforma individuandola come la colpevole per aver fermato il mercato dei Pir. Evidentemente le sue suppliche hanno indotto il governo, che nel frattempo è cambiato nella sua composizione con l’ingresso del Partito Democratico al posto della Lega, a pensare a un nuovo intervento.

Sul tema è stata molto attiva anche l’opposizione. Il vice presidente in quota Forza Italia della Commissione Finanze della Camera, il consulente finanziario Sestino Giacomoni, ha presentato una proposta di legge per rimuovere i vincoli e pigiare forte sulla leva degli incentivi fiscali, oltre ad aumentare le soglie di investimento per l’esenzione fiscale.

Meno tasse, più investimenti
“Per indirizzare il risparmio privato nell’economia reale serve la leva fiscale”, sosteneva l’onorevole in un’intervista apparsa sul sito di BLUERATING, perché “prima che i Pir venissero modificati e sostanzialmente bloccati dal governo gialloverde, abbiamo visto che effettivamente meno tasse sui risparmi producono più investimenti nelle piccole e medie imprese”. Alla fine la maggioranza ha deciso di ritoccare la normativa con una revisione degli obblighi. Il percorso di riforma dei Pir, dunque, si avvia verso una felice conclusione. Anche se, probabilmente, non sono state soddisfatte in toto le richieste dell’industria del risparmio gestito. Su un recente rapporto di Equita, infatti, c’era scritto: “Continuiamo a ritenere che i Pir nella loro versione originale siano degli strumenti eccellenti ed efficaci. Di fatto, l’accordo raggiunto non è una completa marcia indietro. Più che altro sembra una soluzione di compromesso in una maggioranza fatta di anime con sensibilità diverse, tra Italia Viva, il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle che non avrebbe voluto disconoscere completamente la vecchia normativa. Ora bisognerà vedere sul campo se i Pir 3.0 riusciranno a replicare le performance dei loro capostipiti

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