Mercati, il punto di Carmignac

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Avatar di Redazione 10 Aprile 2020 | 16:31

Vi proponiamo di seguito il commento settimanale a cura di Carmignac, relativo ai recenti sviluppi della crisi e agli ultimi movimenti dei mercati. Buona lettura.

A differenza di un classico rallentamento ciclico, questa volta il più colpito è il settore dei servizi, che rappresenta il 70-80% dell’economia.

Fare il punto sui mercati in questo momento è interessante perché abbiamo appena superato il primo trimestre dell’anno. In sintesi la nostra view è che mercati hanno dapprima affrontato un grande shock, ora stanno entrando in una fase di speranza mista a paura e ad un certo punto inizierà una terza fase con un nuovo regime di mercato.

A livello generale tra la metà di febbraio e la metà di marzo lo shock si è verificato. La crisi ha colpito i mercati che confidavano in un anno di leggera ripresa economica dopo il rallentamento del 2018-19, con le valutazioni azionarie vicine ai massimi storici e i mercati obbligazionari solidi grazie al recente riavvio dei programmi di QE o equivalenti da parte delle banche centrali.

Questa fiducia generalizzata, unita all’abituale disinteresse per ciò che accade molto lontano da noi, ha fatto sì che i mercati azionari europei inizialmente, fino alla prima parte di febbraio, quasi ignorassero l’epidemia in Cina, considerandola solo “un’altra forma di influenza” o “nel peggiore dei casi come la SARS”, in altre parole una mera questione locale.

Poi si è capito che la questione riguardava anche il mondo occidentale, ma c’era ancora una scarsa idea di quanto velocemente la propagazione esponenziale di una pandemia come questa potesse travolgere i sistemi sanitari. Tutti i governi, le banche centrali, i mercati e persino i medici si sono trovati letteralmente a rincorrere questa curva esponenziale. Da qui il panico crescente, il lockdown economico, con conseguenze deflazionistiche massicce, e i mercati azionari scesi dal 25 al 30% in un mese, con i tassi a lungo termine crollati (i tassi statunitensi sono scesi dall’1,6% allo 0,6% nello stesso periodo).

Poi anche i policy maker si sono “fatti prendere dal panico”, in particolare la Fed. Ovviamente è stato un fatto positivo, perché i mercati dei finanziamenti in dollari erano sull’orlo della collasso, e anche la maggior parte delle altre banche centrali, così come i Governi, hanno escogitato soluzioni molto potenti per sostenere i ricavi delle economie, bloccate fino al 75% della loro normale capacità. E questo ha rappresentato fondamentalmente il punto che ha chiuso la fase 1 dello shock.

Da allora siamo entrati nella fase 2, in cui i mercati si stanno riprendendo dal panico, incoraggiati a vedere la luce alla fine del tunnel, perché le curve esponenziali cominciano a sembrare un po’ più rassicuranti quasi ovunque, in varia misura, e il posizionamento del mercato è diventato molto leggero. Ma, allo stesso tempo, potranno realmente valutare l’impatto economico concreto dei lockdown man mano che i dati economici successivi al mese di febbraio saranno resi pubblici.

Ad esempio, la perdita di posti di lavoro negli Stati Uniti ha iniziato a crescere e peggiorerà, e le aziende inizieranno la prossima settimana a pubblicare i risultati trimestrali e guidance, che saranno probabilmente molto negativi, anche se gennaio e la maggior parte di febbraio sono stati mesi tutto sommato normali. La cosa da tenere a mente in questo caso è che, a differenza di una classica flessione ciclica, sono i settori dei servizi ad essere maggiormente colpiti, e rappresentano nelle nostre economie dal 70 all’80% del PIL. Quindi secondo la nostra view la fase 2 sarà un mix tra mercati che stanno tornando alla normalità e che, allo stesso tempo, iniziano anche a quantificare seriamente i danni economici.

Ci aspettiamo quindi che il prossimo periodo sia abbastanza instabile, con molte speranze e altrettanta incertezza. Per inciso, questo vale anche per i mercati obbligazionari, dove i rendimenti sono scesi al minimo e ora sembra che si stiano stabilizzando entro un range. Quindi ci aspettiamo molti alti e bassi nei mercati. Gli scorsi giorni sono stati particolarmente duri, vedremo cosa succederà la prossima settimana. Affronteremo al meglio questo periodo, ma è chiaro che non si può avere ragione ogni giorno in un momento del genere.

Per questo motivo abbiamo generalmente innalzato il nostro profilo di rischio entrando in questa fase, ma solo a livelli moderati per attenuare la volatilità dei nostri fondi.

Ci aspettiamo che la fase 3 sia rialzista, grazie a quella che sembra una potenza di fuoco illimitata lanciata dai policy maker per superare le difficoltà. Il bilancio della Fed è letteralmente esploso del 40% in sei settimane, ovvero 1,6 trilioni di dollari e anche lo sforzo fiscale è enorme. Tra l’altro, questo è anche un segnale del fatto che la portata dello sforzo non è altrettanto imponente in altre regioni. Quindi ne teniamo conto, ma oggi stiamo lavorando su quattro questioni che ci preoccupano molto per il futuro.

• La prima è come l’Unione europea affronterà il casus belli di una situazione in cui è necessaria un’effettiva solidarietà. Si tratta di una questione politica e non solo economica. Vedremo su cosa l’Eurogruppo dei ministri delle Finanze riuscirà a trovare un accordo a breve, ma qui sarà necessario un impegno politico concreto, al più alto livello, altrimenti rimarremo su questioni di condizionalità dell’aiuto, durata dei prestiti, procrastinazione, e la difficoltà aumenterà. Un tale accordo da parte dei capi di Stato non è del tutto fuori questione, ma rimane chiaramente incerto, per cui per il momento rimaniamo cauti.

• La seconda preoccupazione riguarda il mercato emergente. In che modo certi mercati emergenti deboli affronteranno questo stress duraturo sul finanziamento in dollari?

• In terzo luogo, quanto duranno gli effetti dello shock iniziale per l’attività economica? Gli analisti hanno ridotto le loro aspettative per il 2020, ma potrebbero essere ancora dietro la curva?

• Infine, quale sarà il grado di coordinamento nello sforzo di ripresa? Questo potrebbe essere molto importante. Dopo il 2008, gli Stati Uniti hanno dimostrato una leadership abbastanza forte, ma l’Europa ha scelto l’austerità. Questa volta l’Europa, pur non sembrando molto coordinata, non punta all’austerità, ma è chiaro che anche gli Stati Uniti non stanno cercando una leadership globale attiva. Ogni regione, se non ogni paese tende ad andare da solo e questo potrebbe aprire la strada ad uno scenario politico ed economico molto complesso in futuro.

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