Consulenti, la ripartenza deve essere tinta di verde

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Avatar di Redazione 18 Maggio 2020 | 12:10

È giunta l’ora di tornare alla normalità, o a qualcosa che ci assomigli. Guidati dall’urgenza di non vedere le proprie economie collassare su sé stesse, molti Paesi stanno provando ad allentare progressivamente le misure di distanziamento sociale. Per contrappasso, la ripresa dell’attività economica potrebbe comportare dei chiari effetti negativi per l’ambiente. A proposito di questa problematica, Luciano Diana, senior investment manager del team Thematic Equities e gestore del Pictet-GEO e Andrea Delitala, head of euro multi asset di Pictet Asset Management hanno provato a delineare alcuni possibili scenari.

“[…] D’altronde, lo stesso Presidente della Fed Jerome Powell ha sottolineato come a preoccuparlo realmente siano i danni socio-economici permanenti che una recessione prolungata è in grado di produrre: fallimenti di numerosi aziende, soprattutto nel segmento delle piccole e medie imprese che rappresentano una fetta importante dell’economia a stelle e strisce (lo stesso vale per l’Italia), e disoccupazione dilagante. Negli Stati Uniti, nel solo mese di aprile sono stati distrutti quasi 20 milioni di posti di lavoro, con l’aggravante che rimanere a lungo senza impiego potrebbe rendere ancora più difficile trovare un lavoro quando l’economia ripartirà e le famiglie rischierebbero quindi di trovarsi intrappolate in una spirale di debito.

I rischi legati all’uscita dalla fase di lockdown sono evidenti e i Paesi che finora hanno intrapreso tale percorso stanno avendo effettivamente fortune alterne. Se da un lato, infatti, in Paesi come la Danimarca, dove ci si è spinti fino a far tornare a scuola i bambini, la situazione è rimasta per il momento assolutamente sotto controllo, al contrario in Germania e Corea del Sud è stata registrata una rapida risalita dei casi di persone infette dal COVID-19. Come detto, a motivare tale apparente fretta nel rimuovere il blocco totale dell’attività è la consapevolezza che l’unica via per poter far ripartire, almeno in parte, l’economia è permettere nuovamente alle aziende di produrre e alle persone di percepire il reddito e consumare. Solo in questo modo e qualora tale percorso dovesse rivelarsi meno impervio del previsto e non si dovessero accendere nuovi focolai, l’economia potrebbe incanalarsi sul sentiero indicato dalle previsioni degli analisti, con un deciso rimbalzo già nella seconda metà di quest’anno per tornare poi ai livelli di output del 2019 nel corso del 2021.

Per contrappasso, la ripresa dell’attività economica comporterebbe dei chiari effetti negativi per l’ambiente. In questi mesi di confinamento sociale, infatti, anche al pianeta è stata somministrata una potente cura: il calo nelle emissioni di CO2 registrato durante il lockdown non ha precedenti nella storia, almeno non dal 1900 in poi. Per quanto si rimanga su livelli di emissioni estremamente elevati in termini assoluti e nonostante la temporaneità di tale fenomeno (in alcuni Paesi, come la Cina, il traffico aereo è già tornato al 75% di quello pre-COVID), abbiamo assistito ad una decisa inversione in un trend che sembrava a tratti inarrestabile. Anche se passeggero, tale miglioramento della qualità ambientale ha mostrato in modo evidente che è ancora possibile avere un impatto realmente positivo sull’ambiente. L’emergenza causata dal COVID consegnerà alla società cittadini ancor più consapevoli delle problematiche ambientali, pronti a rivedere le proprie abitudini di vita e di consumo, cercando di limitare al minimo indispensabile le attività altamente inquinanti. E, per soddisfare tali cittadini, le istituzioni dovranno indirizzare le politiche di bilancio a sostegno dell’economia verso investimenti legati all’ambiente: secondo un sondaggio Ipsos MORI, il 65% degli intervistati a livello globale ha infatti indicato che, nell’erogare le risorse necessarie per la ripartenza, i governi dovrebbero prioritizzare gli investimenti ‘green’. Non deve sorprendere, quindi, che l’Europa, da sempre all’avanguardia nelle tematiche ambientali, abbia deciso di tingere di verde le proprie politiche fiscali. Con il suo ampio Green Deal, la regione si era già posta l’obiettivo di raggiungere le zero emissioni entro il 2050. Ma un ulteriore passo in avanti verrà fatto nelle prossime settimane, quando Parlamento e Commissione europei si troveranno a dover approvare le politiche di bilancio comunitarie.

Di fatto, se a BEI, SURE e MES verrà affidato il compito primario di tamponare il danno economico provocato dalla pandemia con investimenti destinati in via prioritaria ad arginare la disoccupazione e a sostenere i sistemi sanitari nazionali, il mastodontico Recovery Fund da € 1’000 miliardi sarà fortemente orientato verso le tematiche ‘green’. Su questo fronte le prossime settimane saranno decisive. La Commissione presenterà, infatti, la propria proposta il 21 maggio, informata sulla base della risoluzione che verrà votata dal Parlamento venerdì 15 maggio, proposta che verrà poi discussa dal Consiglio Europeo nel mese di giugno. Riguardo a tale strumento, il Commissario Timmermans, che ha la responsabilità sia del bilancio sia del Green Deal, a testimonianza di come le due tematiche siano legate a doppio filo, ha affermato che il Recovery Fund dovrà essere ‘verde e ambizioso’, lasciando pochi dubbi sul fatto che le risorse erogate saranno incentrate intorno alle questioni ambientali.

Inevitabilmente un altro campo, complementare a quello ambientale, in cui si concentreranno gli investimenti del Recovery Fund sarà la digitalizzazione dell’economia, in linea con quanto previsto anche nel Green Deal. Come dimostrato chiaramente in questi mesi, infatti, lo spostamento di buona parte dell’attività sul mondo digitale consente in modo alquanto automatico di ridurre drasticamente le emissioni, per cui una maggiore digitalizzazione risulta sicuramente un’importante soluzione in ottica ‘green’. La dematerializzazione dell’economia è una grande alleata dell’ambiente, in quanto consente da un lato di inquinare di meno e gestire in modo più efficiente le risorse lungo tutta la filiera produttiva, dalla creazione e progettazione ai processi produttivi veri e propri.

È lecito quindi aspettarsi un’impostazione simile anche per il quadro settennale che regola il bilancio comunitario, il Multiannual Financial Framewok (MFF), per il periodo che andrà dal 2021 al 2027. Anch’esso in via di definizione nei prossimi mesi, sarà verosimilmente fortemente orientato verso gli investimenti sull’ambiente, a supporto e integrazione degli obiettivi posti con il Green Deal e delle risorse liberate tramite il Recovery Fund.

Con queste ultime mosse, l’Europa sta rafforzando il proprio ruolo di apripista nell’ambito delle politiche legate all’ambiente. A tal proposito, è indicativo quanto detto, in era pre-COVID durante il World Economic Forum (gennaio 2020), da Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, che aveva parlato della possibilità di fissare dei dazi ‘green’ sui prodotti delle aziende che non si doteranno di adeguate tecnologie ambientali. All’epoca il timore era che la linea politica delineata da tale dichiarazione potesse portare il Vecchio Continente in una sorta di isolamento dal resto del mondo; oggi, tuttavia, la crisi strutturale delle filiere produttive globali generata dalla pandemia del COVID-19 (era già iniziata, per la verità, durante le tensioni commerciali tra Cina e USA) sta dando il via a una rilocalizzazione della produzione su base regionale. Una volta usciti dall’emergenza causata dal Coronavirus, molto probabilmente assisteremo alla formazione di diverse filiere regionali: una cino-asiatica, una nord-americana e una europea, senza dubbio incentrata sul ‘green’ e sul digitale.”

 

Per tutti gli approfondimenti visitate il sito di Pictet AM (clicca qui).

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