Investimenti, la ripresa ha l’oro e le small cap in bocca

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Avatar di Redazione 3 Luglio 2020 | 15:13
Articolo a cura di Louis d’Arvieu e Jacques Sudre , gestori e analisti di Amiral Gestion, società di gestione specializzata nello stock picking applicando la filosofia del Value Investing.

Quali sono stati, storicamente, i driver della crescita? È una domanda che ci siamo posti, a seguito della crisi e sulla spinta del ritorno della propensione al rischio da cui ha beneficiato il nostro fondo Sextant Grand Large e la sua componente azionaria.

Finora, da questa ripresa hanno beneficiato due tipi di titoli: i tecnologici e quelli delle imprese “massacrate” durante il lockdown, come Sixt, BMW e il settore aurifero. Il nostro portafoglio è attualmente composto al 50% da azioni e preferiamo valorizzazioni critiche come quelle riscontrate per Ipsos, Jacquet Métal, Rocket o Ceconomy: se l’economia si muoverà verso una rapida ripresa, questi titoli saranno infatti i primi a risalire.

Riguardo agli indicatori da privilegiare per farsi un’idea corretta del titolo e del potenziale di un’azienda, continuiamo a preferire il PER di Shiller che rimane la principale bussola nel nostro processo di allocazione. Soprattutto in periodi di tassi negativi a lungo termine, l’impatto sui tassi di sconto è significativo. I tassi negativi portano con sé deboli prospettive di sviluppo economico.

Nonostante il basso livello dei tassi d’interesse, fino a poco tempo fa le società registravano livelli elevati di crescita degli utili. Esistono due possibili spiegazioni del fenomeno: il vantaggio del capitale sul lavoro e i numerosi programmi di riacquisto di azioni.

Guardiamo anche ad altri indicatori, come il Buffet, attualmente al di sopra dei suoi picchi del 2000; ma valutiamo anche il rapporto debito/PIL, in grave peggioramento, al pari del livello di indebitamento delle società: un quadro a dir poco insidioso.

Osserviamo poi l’indicatore della fiducia degli operatori economici, oggi quasi unanimi nel ritenere sopravvalutati i mercati ma senza che ciò impedisca loro di continuare ad acquistare titoli. Sul Nasdaq l’ottimismo segna addirittura livelli record, tipici della speculazione.

In questo contesto di tassi zero o addirittura negativi, è il momento di guardare all’oro anche se non offre un rendimento. Inoltre, privilegiamo gli investimenti a forte potenziale, come le small cap europee e asiatiche a buon mercato. Ci interessano poi i titoli growth più in vista, come Vivendi che ha un interessante potenziale grazie alla sua controllata Warner – la terza maggiore etichetta musicale al mondo – e al buyout delle azioni dei manager.

Passando al versante obbligazionario, le banche centrali continuano a offrire sostegno, sia all’universo high yield che a quello investment grade. In media gli spread sono molto più interessanti rispetto a prima della crisi, ma bisogna frenare gli entusiasmi poiché a breve si prevede una risalita dei tassi di insolvenza (fino all’8% nel giro di un anno secondo diverse agenzie di rating).

Durante la crisi abbiamo mantenuto invariato il peso della nostra componente obbligazionaria (pari al 17% del fondo), pur modificando la composizione del portafoglio. Abbiamo ridotto il nostro debito subordinato bancario (BNP Fortis, US Bancorp) per reinvestire in titoli a forte sconto come Easyjet, compagnia aerea redditizia con asset significativi che ha appena completato un aumento di capitale pari al 15% del totale.

Deteniamo anche posizioni a forte potenziale, al traino, come il debito subordinato Casino o le quote del fondo SME Credit.

In questo contesto di tassi nominali negativi, esistono delle opportunità: ad esempio gli spread sono interessanti anche se inferiori alle loro medie di lungo periodo. Manteniamo la nostra posizione anche nella quota liquida, mentre osserviamo una certa aggressività nella strutturazione dei finanziamenti, in particolare nell’operazione di acquisizione degli ascensori del Gruppo Thyssen.

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