Commissioni di performance, ecco perché è giusto tenerle

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di Andrea Telara 7 Luglio 2020 | 11:36
Santo Borsellino di Generali Investments interviene sul tema delle fee applicate ai fondi d’investimento, dopo gli interventi dell’Esma e gli annunci di Fineco Asset Management della scorsa settimana.

È giusto che sui fondi comuni d’investimento gravino delle commissioni di performance? Ecco l’ interrogativo attorno al quale si dibatte da anni nell’industria del risparmio gestito, che ha messo sotto i riflettori una particolare categoria di costi dei prodotti d’investimento. Stiamo parlando appunto delle performance fee, cioè di quelle commissioni applicate sul patrimonio dei fondi, quando il gestore riesce a battere il benchmark (l’indice o il paniere di titoli preso a riferimento). La scorsa settimana, Fineco Asset Management aveva annunciato la creazione di un bollino “di qualità” per i suoi fondi (si veda qui la notizia), che indicava l’assenza di performance fee sui fondi della società, associandola al concetto di sostenibilità (non solo nelle strategie di investimento ma anche sotto il profilo dei costi)

Su questo tema interviene Santo Borsellino (nella foto), top manager di Generali Investments, che ricopre attualmente la carica di  head of Corporate Governance Implementation & Institutional Relations della società di gestione controllata dalla compagnia assicurativa del Leone.  “L’idea di legare il concetto di sostenibilità della nostra industria alla cancellazione delle performance fee mi sembra mal posta”, dice Borsellino che occupa anche la carica di vice-presidente di Assogetsioni.

Il top manager di Generali Investments fa infatti notare che “da diversi mesi, a livello europeo, il regulator Esma e varie associazioni  di categoria del risparmio gestito come Assogestioni ed Efama si sono interrogate sul tema delle performance fee.  Ad aprile”, continua Borsellino, “Esma ne ha riconfermato la validità all’interno della struttura di remunerazione per il servizio di gestione, auspicando un’armonizzazione della regolamentazione nei singoli mercati”.

Generali è stata attiva nel dibattito, intervenendo direttamente alla consultazione di Esma e indirettamente attraverso la sua partecipazione in Assogestioni e Efama. “Il nostro obiettivo è chiaro”,  dice  ancora Borsellino: “ribadire che le performance fee, adeguatamente strutturate e normate, sono a ogni effetto il miglior strumento per allineare l’interesse del cliente finale a quello del gestore”.

“Il tema”, secondo Borsellino,  “è complesso ma possiamo provare a sintetizzarlo come segue: diversi studi accademici dimostrano che la maggioranza dei gestori attivi non riesce a sovra-performare i propri benchmark al netto delle fee. Diverse spiegazioni sono state avanzate, ma dopo 25 anni di esperienza sul mercato sono convinto che la ragione sia da cercare nel legame fra volumi e sistemi degli incentivi”.

Il manager di Generali Investments sottolinea che i gestori attivi (e anche qui vi sono abbondanti studi accademici a supporto) “performano meno all’aumentare delle masse che gestiscono”. Ma la struttura di incentivi dell’industria dell’asset management è spesso molto legata ai volumi gestiti. “Quello che voglio dire”, aggiunge Borsellino “è che di fatto i gestori sono in media più incentivati a gestire una quantità maggiore di asset che non a performare bene ed è proprio qui che si innesca una potenziale inconsistenza fra interesse del cliente finale e interesse del gestore”.

“La nostra industria continuerà a crescere solo se i nostri clienti finali saranno contenti del nostro servizio e potranno vedere i loro risparmi crescere nel tempo, dunque è vero che la sostenibilità della nostra industria non può che passare dalla soddisfazione dei nostri clienti”.

Borsellino tiene anche a ricordare che il risparmio gestito, a livello nazionale, “ha peraltro una struttura di remunerazione assolutamente in linea con quella degli altri mercati europei se si tiene conto di tutte le componenti di costo. In più le società di gestione nel corso degli ultimi anni hanno lavorato in modo incessante, anche spinte da Mifid 2 e dalla competizione dei prodotti passivi, sulla struttura dei costi e sull’efficientamento operativo, al fine di fornire prodotti sempre più performanti e a costo più contenuto”.

“Pensare di essere “sostenibili” andando a cancellare la parte della struttura di incentivi che direttamente allinea gli obiettivi del risparmiatore a quelli del gestore e che parte dal principio: se guadagno più del benchmark tu mi paghi”, conclude il top manager di Generali Investments,  “mi sembra teoricamente sbagliato e potrebbe aprire uno scenario in cui dubito che i clienti finali vedrebbero maggior creazione di valore per i loro risparmi”.

 

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