Investimenti, più America nei portafogli del post-crisi

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Avatar di Redazione 21 Luglio 2020 | 15:22

Vi proponiamo di seguito un commento di Donato Savatteri, Head of Southern Europe, T. Rowe Price sull’azionario USA e in particolare sull’importanza di non trascurare questa asset class, che rappresenta il mercato più liquido ed efficiente al mondo, diversificato, dove si quotano le maggiori multinazionali globale e culla dell’innovazione tecnologica per antonomasia.

Il fatto che il Nasdaq ad oggi sia in territorio positivo di circa il +21% da inizio anno è abbastanza eloquente: l’azionario USA è infatti quello che regge meglio nelle fasi negative, come dimostrato negli ultimi anni, e che va molto bene nelle fasi positive.

Data questa premessa, in generale c’è meno America di quella che dovrebbe esserci nei portafogli degli italiani. Basti pensare che nell’MSCI World l’azionario statunitense pesa per oltre il 55%, mentre le percentuali in portafoglio sono tipicamente più basse. Un’altra considerazione importantissima riguarda il contributo degli Stati Uniti al Pil mondiale, intorno al 25%. Non solo. Il mercato americano è il più liquido e capitalizzato al mondo, dove vanno a quotarsi anche importanti aziende straniere. Infine, va ricordato che il breakdown dei ricavi delle grandi aziende americane non è limitato agli Stati Uniti: le grandi multinazionali dell’S&P500 raccolgono circa il 40% dei ricavi nel resto nel mondo, quindi comprare questi titoli non vuol dire acquistare solo America, ma investire nelle aziende più diversificate al mondo.

Guardando al futuro, riteniamo che l’America debba essere considerata dagli investitori ancora con più attenzione. Questo perché gli Stati Uniti sono da sempre la culla dell’innovazione tecnologica e la disruption che ha sconvolto il mondo negli ultimi mesi non ha fatto altro che accelerare alcuni trend già in atto. È lì che si stanno consolidando tutte le innovazioni tecnologiche che hanno avuto tanto risalto nel corso della pandemia. È un trend che sta interessando trasversalmente moltissimi settori, dai media alla sanità alle abitudini di consumo, al comparto finanziario. Le aziende tecnologiche stanno ancora dominando il mondo: continuano a mettere a segno ottime performance, diventando sempre più grandi e capitalizzate, e questo perché hanno saputo intercettare dei bisogni in evoluzione. I settori in accelerazione includono ad esempio l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, l’intrattenimento, i semiconduttori di cui ci sarà sempre più bisogno perché convertono i segnali analogici in digitali, l’automazione più in generale, ma anche l’healthcare, avviato verso la telemedicina e la diagnosi a distanza. Tra i comparti più in difficoltà spiccano quello energetico e quello dei trasporti.

In termini di capitalizzazione, le large cap – in particolare le grandi piattaforme tecnologiche – continuano a generare utili, riserve e flussi di cassa. Proprio grazie a questo, si sono dimostrate sempre più propense a comprare piccole start-up. È un fenomeno interessante per le small-cap, che vengono acquistate dalle grandi aziende a prezzi attraenti, generando ritorni per gli investitori. In questo senso, analizzare le small-cap funge da termometro per le dinamiche competitive e le tendenze di settore. Quest’analisi permette di individuare i nomi di coloro che trarranno benefici dai cambiamenti che il mondo sta subendo e subirà nei prossimi anni: più che un tema di distinzione rigida tra value e growth, si tratta piuttosto di capire chi si trova dal lato giusto del cambiamento e in questa ricerca uno dei fattori discriminanti è quello della digitalizzazione, fenomeno che trova proprio in America la maggiore espressione.

 

 

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