Investimenti, è ora di parlare di Transition bond

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Avatar di Redazione 22 Luglio 2020 | 14:27

Vi proponiamo di seguito un approfondimento sui mercati a cura del Team obbligazionario di M&G Investments.

L’UE si è data la missione di rendere l’Europa il primo continente climaticamente neutrale entro il 2050. Mentre tutti gli occhi erano puntati sul Covid-19, il 18 giugno il Parlamento europeo ha approvato e trasformato in legge il Sistema di classificazione verde UE unificato, anche noto come “Tassonomia UE per le attività sostenibili”. Uno dei pilastri della nuova normativa è la definizione delle attività economiche classificabili come investimenti verdi, che stabilisce chiaramente una soglia settoriale per l’accesso ai finanziamenti green. Mentre il gruppo di lavoro tecnico sta ancora delineando i criteri di selezione per alcuni segmenti del mercato, il processo di verifica dell’idoneità si annuncia rigoroso, come è giusto che sia se vogliamo raggiungere l’ambizioso obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi oltre i livelli pre-industriali.

La domanda globale di energia continuerà ad aumentare nei prossimi 30 anni, trainata dalla popolazione in crescita e dall’espansione economica. Sebbene le soluzioni rinnovabili stiano conquistando quote di mercato sempre più rilevanti, secondo le stime basate su una ricerca condotta da Barclays, nel 2050 i combustibili fossili costituiranno ancora almeno il 50% del mix energetico mondiale, anche nell’ipotesi più ottimistica. Questo implica che per creare un mondo a basse emissioni di CO2 le imprese esistenti, in particolare nei “settori marroni”, dovranno necessariamente compiere progressi verso la decarbonizzazione e la riduzione del rischio climatico.

Tuttavia, le difficoltà che si frappongono all’emissione di obbligazioni verdi per le attività altamente dipendenti dal carbonio sono tuttora notevoli: questi emittenti temono di essere criticati qualora decidano di lanciare un green bond. Non sorprende quindi che il peso delle compagnie gaspetrolifere sia pari ad appena lo 0,47% nell’indice BofA Merrill Lynch Green Bond e superi invece l’8% nel BofA Merrill Lynch Global Corporate. Nonostante questo, riteniamo che le società attive nei “settori marroni” stiano svolgendo un ruolo importante nella transizione energetica di cui abbiamo bisogno. In molti casi si tratta di attori di grandi dimensioni, con strutture di capitale estese e con funzioni di ricerca e sviluppo necessarie per accelerare questo cambiamento non procrastinabile. Giusto il mese scorso, Total ha acquistato il 51% di Seagreen 1, un impianto eolico offshore dal costo stimato di 3 miliardi di sterline nel Mare del Nord. Non sono molti i gruppi con la solidità finanziaria e le capacità richieste per assumere il rischio di costruzione associato a un progetto di questa portata.

Esistono però anche tante iniziative non classificabili come green, pur svolgendo un ruolo cruciale nel ridurre l’impronta climatica di un’azienda. Come può il settore degli investimenti incoraggiare tali comportamenti virtuosi nelle imprese la cui attività strategica non è (ancora) compatibile con i finanziamenti verdi?

Per le industrie ad alta intensità di carbonio interessate a ricevere capitali dalla base di investitori sostenibili, una soluzione possibile è costituita dai cosiddetti Transition bond, ovvero obbligazioni emesse allo scopo di sostenere la transizione energetica verso un modello di business più verde. Con appena una manciata di titoli approdati sul mercato, per adesso questa idea è ancora agli albori. A giugno 2020, l’azienda italiana Snam, che gestisce la rete di trasporto di gas, ha lanciato il suo primo Transition bond attraverso un’operazione da 500 milioni di euro, i cui proventi saranno utilizzati per finanziare progetti inquadrabili nel processo di transizione energetica definito nel Transition Bond Framework, ovvero le linee guida della società per l’emissione di prestiti obbligazionari volti a finanziare investimenti sostenibili. Vi rientrano per esempio progetti di energia rinnovabile legati alla realizzazione di gasdotti predisposti per l’idrogeno, oppure programmi di efficienza energetica che prevedono l’istallazione di caloriferi tecnologicamente avanzati che riducono le emissioni di metano. Il lancio è stato accolto con favore dagli investitori obbligazionari, le cui richieste superano di tre volte il valore dell’emissione.

Ciò non toglie che le prime operazioni sul neonato mercato dei Transition bond hanno fatto sollevare qualche sopracciglio agli investitori nel reddito fisso. Quando nel 2019 un produttore di carne di manzo ha emesso un Transition bond con l’intento di destinare i proventi all’acquisto di bestiame da fornitori che avevano accettato di arrestare la distruzione delle foreste pluviali, l’obiezione sollevata da molti fu che non si dovrebbe acquistare per principio bestiame proveniente da aree deforestate.

Questo mette in luce l’importanza di predisporre una serie di verifiche e l’esigenza di stabilire linee guida comuni all’intero settore dei Transition bond. Chi opera sui mercati ha bisogno di un quadro di riferimento che delinei i criteri di idoneità per l’uso dei proventi di questi titoli, come il grado minimo di miglioramento energetico che bisogna ottenere, coi relativi metodi di misurazione e rendicontazione, e l’entità del legame fra le operazioni di questo tipo e la strategia di transizione complessiva dell’emittente. È un passo indispensabile per conquistare la fiducia degli investitori e permettere al mercato dei Transition bond di affermarsi e guadagnare spessore. La tassonomia UE metterà qualche paletto per stabilire se l’uso dei fondi pianificato da una società soddisfi i criteri fissati per i Transition bond. Se gestiti correttamente, questi strumenti possono diventare un’asset class importante per gli emittenti, in aggiunta ai green bond, contribuendo a prevenire il fenomeno del cosiddetto greenwashing nel mercato dei titoli verdi.

Con la giusta struttura, i Transition bond energetici hanno tutto il potenziale di proporsi come il passo successivo dell’evoluzione volta a destinare capitali a un’economia a basse emissioni, colmare un divario rilevante e mobilitare più asset per contrastare il cambiamento climatico. Gli emittenti avrebbero così accesso a una base di investitori sostenibili sempre più vasta, che a loro volta avrebbero una gamma di opportunità molto più estesa: ne deriverebbe un maggiore effetto combinato di attenuazione del rischio climatico, con ricadute positive per tutti e anche per il pianeta.

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