Investimenti, Cina caput mundi della ripresa

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Avatar di Redazione 11 Agosto 2020 | 14:47
Articolo a cura di Eric Moffett, gestore del fondo T. Rowe Price Funds Sicav – Asia Opportunities Equity, T. Rowe Price

Nell’Asia settentrionale (Greater China, Corea e Giappone), le autorità sanitarie sono riuscite a riportare sotto controllo la diffusione del coronavirus. Le probabilità di una seconda ondata di casi sembrano ora basse, anche se non possono essere escluse.

L’Asia settentrionale sarà probabilmente la prima regione a entrare nella fase post-coronavirus, dato che le restrizioni sono state rimosse o allentate. Il declino dei nuovi casi implica che consumatori e aziende riescono a vedere la luce in fondo al tunnel. Al contrario, il virus continua a diffondersi rapidamente in India, nonostante il Paese abbia imposto severe misure di lockdown. Tra i Paesi della regione ASEAN, l’Indonesia è in ritardo con circa 1.000 nuovi casi al giorno e un basso numero di test, mentre il Vietnam ha gestito bene la pandemia, con pochissime vittime e una riapertura anticipata dell’economia.

La solida risposta delle autorità cinesi

La politica fiscale, più che monetaria, è al centro degli sforzi di Pechino per sostenere la ripresa. C’è stata anche una risposta monetaria, che ha visto una crescita nei prestiti erogati dalle banche e dei finanziamenti sociali, destinati tuttavia a diminuire nella seconda metà dell’anno. Gli stimoli fiscali sono pari a circa il 5,5% del Pil cinese, una percentuale minore rispetto alla riposta cinese alla crisi finanziaria globale del 2008 (oltre il 12%) e a quella adottata da altri Paesi, come gli Usa. Tuttavia, il lockdown in Cina è stato relativamente più breve, causando minori danni economici.

Riteniamo che queste misure potrebbero contribuire a una ripresa più ampia in Cina nel 2021, che a sua volta potrebbe supportare le altre economie asiatiche. Detto ciò, la ripresa in Asia dipenderà anche dalla domanda globale, che non è ancora ripartita e rappresenta quindi un rischio chiave per la regione.

Le supply chain globali non lasceranno la Cina molto presto

La battuta d’arresto della globalizzazione e il tentativo di ridurre la dipendenza dalle supply chain globali sono diventati temi molto caldi dopo il coronavirus. Alcuni ritengono che le supply chain si sposteranno dalla Cina per diversificare il rischio o avvicinarsi ai mercati finali in Europa o Usa. Nel medio/lungo termine è probabile che vedremo una migrazione, dato che le multinazionali sembrano riconoscere i vantaggi di una maggiore diversificazione. Tuttavia, nel breve periodo, i cambiamenti nelle supply chain potrebbero essere limitati, in molti casi, visti gli elevati costi associati.

Per i beni più complessi e con maggiore valore aggiunto, pochi Paesi possono competere con la Cina, per dimensioni, produzione sofisticata e reti logistiche. Spostare le catene di approvvigionamento per questi prodotti potrebbe implicare costi elevati e potenziali perdite di competitività. Inoltre, con il rapido riavvio delle operazioni post-lockdown, la Cina ha dato prova della qualità e solidità del suo ecosistema delle supply chain. Altra storia invece per la produzione con minore valore aggiunto, che continuerà a spostarsi dalla Cina verso luoghi con minori costi, come già fatto negli ultimi dieci anni. Gran parte di questa produzione resterà probabilmente in Asia, e in particolare in Vietnam, Malesia, Indonesia e India.

Le migliori opportunità

Non abbiamo cambiato il nostro approccio strategico sull’azionario asiatico a causa del virus. Continuiamo a seguire il nostro consolidato metodo per individuare le società di alta qualità e con solidi flussi di cassa, guidate da management stabili e a mirare a un orizzonte di lungo periodo.

Le dislocazioni nei mercati asiatici a febbraio e marzo hanno rappresentato una rara opportunità per aggiungere nuove posizioni su società con buone prospettive di lungo termine che avevano visto un sell-off durante la fase di panico e venivano scambiate a valutazioni distressed. Come sempre, le nuove posizioni sono state guidate dalla nostra ricerca bottom-up sui fondamentali e non da view top-down. L’azionario cinese si è ripreso più rapidamente rispetto al resto dell’Asia, ciò ci ha permesso di utilizzare alcuni dei migliori performer in Cina come fonte di finanziamento per cercare altre opportunità nel resto dell’Asia.

Abbiamo individuato molte delle migliori opportunità nel sudest dell’Asia e, più di recente, a Hong Kong. In totale abbiamo aggiunto 14 nuovi posizionamenti nel primo trimestre, un numero molto alto per noi. Molti di questi sono società che monitoravamo da molto tempo, ma che mostravano valutazioni non attraenti prima della crisi.

Il risultato di questi cambiamenti ha fatto sì che il portafoglio al momento sovrappesi le Filippine e Hong Kong. La Cina è passata da sovrappreso a un moderato sottopeso a livello di Paese.

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