Consulenti fate attenzione, i fondi attivi spesso toppano

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di Gianluigi Raimondi 2 Febbraio 2022 | 10:17

Gestione attiva contro fondi indicizzati: è un vecchio dibattito, arricchito da alcuni dati interessanti di S&P che vale la pena considerare. Ecco di seguito l’analisi di Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm.

Innanzitutto, dobbiamo precisare che il dibattito tra attivo e passivo ci sembra leggermente sopravvalutato, poiché, in definitiva, ciò che conta è il rendimento che i clienti ricevono dopo tutte le commissioni (il rendimento netto), sia esso generato attraverso fondi o ETF. Più interessante è la distinzione tra alternative ad alto costo e alternative a basso costo, poiché i costi sono indubbiamente una componente fondamentale dell’investimento. Detto questo, per la maggior parte degli investitori, i prodotti a gestione attiva generalmente hanno commissioni più alte rispetto alle alternative passive, ma ciò non significa scartare a priori i prodotti gestiti attivamente. In secondo luogo, la maggior parte degli investimenti implica comunque una scelta attiva, persino la selezione di un ETF, il prodotto passivo per antonomasia. La selezione delle azioni (o, più tecnicamente, l’assunzione di rischi idiosincratici) non è l’unico modo per esprimere una visione attiva sui mercati finanziari.

Terzo, occorre considerare come sovraperformare un indice al netto delle commissioni non sia semplice, farlo con costanza sia più difficile e saper individuare un manager in grado di farlo lo sia ancora di più.

I nuovi dati: come hanno performato i fondi attivi?

Il terzo punto conduce al report SPIVA. SPIVA sta per S&P Indexes Versus Active Funds. È una ricerca di S&P che esamina le prestazioni dei fondi comuni di investimento rispetto ai benchmark. Generalmente i rapporti SPIVA non sono una lettura edificante per i manager attivi. Anche quest’anno il dato shock è che negli Stati Uniti solo il 33% dei gestori di grandi capitali ha sovraperformato l’S&P 500 nei tre anni fino al 30 giugno 2021. In Europa, solo il 28% dei gestori azionari ha sovraperformato l’indice S&P Europe 350. In generale, più aumenta l’orizzonte temporale, meno sono i fondi attivi che battono l’indice.

Questi dati sono significativi, ma non sono particolarmente nuovi e la tendenza verso i prodotti passivi nell’ultimo decennio suggerisce che gli investitori ne siano in qualche modo consapevoli. Nella ricerca sono presenti alcuni spunti che vale la pena evidenziare. La tabella seguente mostra la percentuale di fondi in sterline che hanno sottoperformato il loro benchmark.

La storia è la stessa per le azioni europee, le azioni globali, gli Stati Uniti e i mercati emergenti: i fondi comuni di investimento hanno avuto difficoltà. Nel Regno Unito, tuttavia, i fondi comuni di investimento sono andati relativamente bene negli ultimi cinque anni, con circa il 60% di essi che hanno sovraperformato l’indice S&P UK.

C’è qui un contrasto interessante. I gestori attivi generalmente sostengono che dovrebbero sovraperformare quando i mercati sono meno efficienti, quando le scelte di investimento dovrebbero essere più complicate. Ecco perché gli Stati Uniti sono generalmente considerati un luogo difficile dove battere un benchmark. Il Regno Unito dovrebbe, semmai, essere un mercato dove è più difficile sovraperformare. Ci sono molti analisti che esaminano le azioni e in realtà non ci sono così tante azioni da guardare.

Eppure, in base ai dati S&P, i manager attivi nel Regno Unito sembrano aver fatto meglio – anche se, al momento, non è facile stabilire il perché. D’altro canto, questa logica suggerirebbe che i mercati emergenti – generalmente considerati meno coperti dagli analisti finanziari – dovrebbero aiutare i gestori attivi a fare meglio. Ancora una volta, i dati a lungo termine non supportano questa idea.

Il tema della continuità

L’ultimo rapporto di SPIVA sulle azioni statunitensi ha alcune cose interessanti da dire sulla  probabilità che un fondo con una performance forte continui a fare bene. Il grafico seguente illustra le difficoltà. Sostanzialmente suggerisce che una discreta percentuale dei fondi migliori (top 25%) di fine giugno 2019 ha continuato a guidare la classifica nei successivi 12 mesi (53,6% di essi), ma solo il 4,8% di loro era tra i migliori fondi anche nel terzo anno.

Per le azioni statunitensi a grande capitalizzazione (misurate rispetto all’S&P 500) solo il 12% dei fondi ha sovraperformato per tre anni consecutivi (al giugno 2019, 2020, 2021). Un manager attivo potrebbe ragionevolmente sostenere che non si aspetta di sovraperformare ogni anno, la performance a lungo termine è ciò che conta. È giusto, ma i risultati a lungo termine non sono particolarmente lusinghieri.

Che conclusioni si possono trarre?

Ci sono alcune precisazioni da fare. Primo, i benchmark contro cui la performance dei fondi attivi è misurata non includono le commissioni, mentre i prodotti passivi sì, anche se le commissioni sono basse. Oggi si può ottenere un’esposizione all’S&P 500 per meno di 10 bps all’anno, quindi, si sarebbe tentati di dire che la differenza nel risultato finale dovrebbe essere piuttosto piccola.

Secondo, forse non tutti i fondi utilizzano gli indici S&P come benchmark. Nelle azioni dei mercati emergenti, ad esempio, MSCI è un popolare fornitore di benchmark. Ma il confronto tra MSCI e S&P/IFCI sembra suggerire che anche la differenza cumulativa tra i due indici sia piuttosto ridotta. Infine, l’analisi della performance è equamente ponderata per fondo. Quindi dà lo stesso peso a un fondo piccolo e sottoperformante rispetto a uno grande, potenzialmente sovraperformante.

Per concludere, i dati suggeriscono che l’indice nella maggior parte delle regioni azionarie fa meglio della maggior parte dei fondi attivi nel medio-lungo termine; in secondo luogo, è difficile sovraperformare costantemente un indice, al netto delle commissioni, così come è piuttosto difficile selezionare manager in grado di farlo.

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