COVIP: in Italia non c'è consulenza

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di Marcella Persola 26 Novembre 2008 | 15:30
COVIP precisa che la proposta avanzata al governo è giustificata anche perché in Italia non esiste una vera e propria consulenza finanziaria indipendente sui fondi pensione. Senza questa si vengono a creare delle disparità tra chi esce dalla previdenza complementare in momenti di orso e chi ne esce in momenti di toro. C’è una soluzione comunque…

«In Italia non esiste la consulenza finanziaria indipendente come nel Regno Unito, per l’ambito dei fondi pensione» esordisce così Bruno Mangiatordi, attuale presidente vicario di COVIP, nello spiegare le motivazioni che hanno spinto la Commissione di vigilanza sui fondi pensione a farsi promotrice di una proposta normativa nei confronti dell’esecutivo.

La proposta di COVIP riguarda l’istituzione di un meccanismo di garanzia destinato a salvaguardare la posizione accumulata, con riferimento alla porzione di quote riferite al TFR, di coloro che escono dal sistema o che ne siano già usciti, successivamente al 31 agosto 2008 fino al 31 agosto 2009. In questo modo si eviterebbe che l’attuale crisi finanziaria determini degli effetti negativi sulle posizioni previdenziali degli iscritti alla previdenza complementare.

Infatti i rendimenti dei fondi pensione al 31 ottobre 2008 stanno risentendo della crisi, tanto che dall’inizio dell’anno i fondi pensione negoziali e aperti hanno fatto registrare un rendimento medio complessivo pari a -8%.

In mancanza di una vera e propria funzione di consulenza e di un sistema improntato a rendere più consapevole l’aderente circa le scelte nella fase di accumulo, è importante che COVIP attui delle iniziative che evitino la creazione di “vincenti e perdenti” nell’ambito della previdenza complementare. «Attualmente nel nostro paese non esiste una vera consulenza o meglio servizi ai clienti sono insufficienti e non indicano adeguatamente a quali fondi aderire, quali sono i prodotti più convenienti, quali sono le linee di investimento più idonee al soggetto ecc» precisa Mangiatordi. «Diverso il discorso per i fondi negoziali ove la consulenza è effettuata dai patronati o dai sindacati. Nei fondi aperti e PIP, promossi dai promotori finanziari, non credo che questi intermediari riescano a seguire l’iscritto per tutta la durata del percorso previdenziale» continua il presidente vicario di COVIP. 

E alla domanda per quale motivo il governo dovrebbe intervenire in soccorso di chi ha scelto di aderire a comparti azionari, assumendosene il rischio, l’esponente di COVIP non esita a confermare che: «Il provvedimento ha un carattere di eccezionalità e riguarda tra i 10-20 mila lavoratori iscritti». Un numero quindi molto limitato. «Gli interventi a tutela del risparmio dovrebbero tenere conto anche di questi soggetti». Anche se «Crediamo che proprio per l’eccezionalità del caso la soluzione non sia ripetibile». 

Quello che invece si potrebbe fare è mettere in atto degli interventi che siano a sostegno della previdenza complementare. «In mancanza delle soluzioni come i life cycle che sono delle linee di investimento congegnate in modo da concentrare il rischio dell’aderente nella prima fase di accumulo e che modificano il portafoglio nella fase finale, in modo da evitare di compromettere la prestazione previdenziale». Quindi, i portafogli più aggressivi, con linee azionarie nella prima fase e atteggiamenti più prudenziali, aderendo a comparti monetari nell’ultima fase.

Al momento però non sembrano giungere notizie da parte del Ministero del Lavoro, che sta ancora vagliando la proposta di COVIP.

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