Huntjens (NN IP): “India e Indonesia eclissano la Cina”

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Secondo il responsabile del reddito fisso di NN Investement Partners, l’economia dei due due paesi asiatici è meglio impostata rispetto a quella della Repubblica Popolare.

Andrea Telara di Andrea Telara23 novembre 2016 | 11:49

PAROLA AL GESTORE – Joep Huntjens, head of Asian Fixed Income di NN Investement Partners ritiene che i fondamentali economici di India e Indonesia siano meglio impostati di quelli della Cina. Nel terzo trimestre, così come nel primo e nel secondo, sottolinea il gestore, il pil cinese è cresciuto del 6,7%. L’indice PMI manifatturiero, un fattore chiave per influenzare il sentiment degli investitori, è cresciuto per la maggior parte dell’anno, rispetto alla contrazione che si era verificata nella seconda metà del 2015. Il problema è che la Cina ha continuato a fare affidamento sugli stimoli del governo per rispettare i propri obiettivi di crescita economica e ha creato più debito. A partire dalla crisi finanziaria globale, infatti, il debito totale è quadruplicato al 250% del Pil. Il credito alle aziende è il principale driver della crescita del debito cinese e il suo livello è ben al di sopra di quello dei suoi peer dei Mercati Emergenti (e supera persino quello dei Mercati Sviluppati).

RIFORME FERME – Il focus della Cina sulla stabilità economica sta a significare che fondamentali riforme del mercato si sono inevitabilmente fermate. Questo è evidente soprattutto per le società di proprietà statale, il cardine della politica industriale che ha permesso al governo di raggiungere gli obiettivi di sviluppo. Dovendo affrontare un mercato con meno competizione e problemi di eccesso di capacità produttiva, il ROA per queste società nel 2015 è stato stimato a un ridotto 2,8% rispetto al 10,5% delle aziende private.

MISURE INEFFICACI – Per ora, la principale strategia di Pechino per affrontare il problema delle sue società inefficienti è stata quella di unire le grandi aziende a quelle ancora più grandi, con l’annuncio di circa mille miliardi di dollari di fusioni a partire dalla fine del 2014. Ma questo difficilmente risolverà la causa che sta alla radice dell’eccesso di capacità produttiva e di allocazione inefficiente. Difficilmente si verificheranno licenziamenti di massa, considerato il timore della Cina per i disordini sociali che potrebbero derivarne, ma sicuramente la miglior soluzione nel lungo termine sembra essere quella di spostare i lavoratori dalle società statali in perdita ai settori dei consumi e dei servizi che si stanno espandendo rapidamente nel paese. Accettare cifre più basse per quanto riguarda la crescita del Pil (ad esempio un 5%) sarebbe molto meglio che perseguire una crescita di insostenibile e di bassa qualità fondata dalla creazione di credito.

MEGLIO I VICINI – Mentre la Cina armeggia con le riforme, i suoi vicini asiatici, l’India e l’Indonesia, hanno raggiunto miglioramenti su larga scala quest’anno. Il primo ministro indiano, Narendra Modi, ha lavorato con l’opposizione per introdurre una nuova legge sulla bancarotta, ed è stata approvata la tanto attesa tassa sui beni e servizi, che punta a sostituire una pletora di tasse indirette con una singola imposta. Come Modi, il presidente indonesiano, Jokowi, ha dovuto superare sbarramenti politici per i suoi primi due anni alla guida del paese, ottenendo un rimpasto del governo e nominando dei tecnocrati in posizioni chiave. Queste mosse hanno dato i loro frutti: dal luglio di quest’anno, il governo ha aggiunto più di 7 miliardi di dollari alle casse statali con l’implementazione del programma di condoni fiscali più di successo al mondo.

PROBLEMI DIFFERENTI – Sicuramente l’India e l’Indonesia affrontano problemi differenti rispetto alla quelli della Cina. Alcuni critici potrebbero dire che l’eliminazione delle carenze infrastrutturali e il miglioramento dei processi burocratici sono provvedimenti relativamente semplici. Ma a differenza della Cina, l’India e l’Indonesia hanno meno controllo sugli investimenti per via del ruolo molto meno importante delle loro società statali. Questi due paesi dovranno aumentare le entrate fiscali e allocare una porzione più consistente di risorse nella spesa per infrastrutture. In aggiunta, dovranno convincere i capitali privati a investire nel proprio paese.


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