UBP: l’oro risente delle politiche della Fed

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Per Nevine Pollini i principali fattori che colpiranno i prezzi del metallo giallo nel 2017 saranno l’economia statunitense e il conseguente approccio della Fed verso una stretta monetaria.

Chiara Merico di Chiara Merico20 gennaio 2017 | 15:47

RALLY DI SOLLIEVO – Dopo essere calato per sette settimane consecutive, in seguito all’elezione di Donald Trump, l’oro ha iniziato ad assistere a un “rally di sollievo” verso la fine di dicembre, con il dollaro che si consolidava, i rendimenti dei bond che tiravano il fiato e il mercato azionario che aveva alti e bassi, spiega Nevine Pollini, senior equity analyst di Union Bancaire Privée – UBP. A ciò si è aggiunta un po’ di caccia agli affari e l’arrivo di supporto dai tradizionali acquisti di oro in Cina in vista dell’Anno Lunare. Crediamo fermamente che i principali fattori che colpiranno i prezzi dell’oro nel 2017 saranno l’economia statunitense e il conseguente approccio della Fed verso una stretta monetaria. La Fed ha adottato toni più restrittivi nel corso dell’ultima riunione del FOMC (il 13 e 14 dicembre) e le stime sui Fed funds rate prodotte dai membri del FOMC (i c.d. dots) sono state riviste al rialzo. Probabilmente da ora la Fed alzerà i tassi in modo più aggressivo di quanto previsto in precedenza, con tre rialzi attesi per il 2017. Se tutto ciò effettivamente dovesse verificarsi, sarebbe decisamente deleterio per il prezzo dell’oro. Inoltre, ciò avverrebbe in un momento in cui l’economia statunitense (alla luce dei dati macro robusti pubblicati di recente) sembra piuttosto forte, supportata da un mercato del lavoro solido che alcuni definiscono addirittura vicino al pieno impiego. In aggiunta a ciò, le promesse di stimoli fiscali da parte di Donald Trump (come ad esempio tagli alle tasse e spesa per infrastrutture), porteranno probabilmente questa stessa economia già forte verso la reflazione.

INCERTEZZE ALL’INTERNO DELLA FED – Le ultime minute del FOMC hanno mostrato, tuttavia, che “i membri hanno concordato sul fatto che fosse troppo presto per sapere quali cambiamenti sarebbero stati implementati in queste politiche fiscali e in che modo avrebbero potuto influenzare le prospettive economiche”. Le minute hanno quindi rivelato che restano incertezze e visioni differenti all’interno della Fed, che hanno portato a una brusca correzione del dollaro a beneficio dei prezzi dell’oro. Eppure dubitiamo che l’oro continuerà a scambiare al rialzo, in quanto a nostro avviso è ormai arrivato il momento di tassi d’interesse più alti. E questi rialzi dei tassi sono tanto più probabili, considerato il cambio della guardia che sta per verificarsi alla Fed, con l’ingresso di nuovi membri votanti più a favore di politiche monetarie restrittive (Patrick Harket di Philadelphia, Robert S. Kaplan di Dallas e Neel Kashkari di Minneapolis). Manteniamo la nostra view prudente sull’oro e riteniamo che probabilmente oscillerà all’interno di un range tra i 1.100 e i 1.200 dollari. Tuttavia, non escludiamo la possibilità che il lingotto possa ricevere una nuova spinta da una serie di fattori nei prossimi mesi, come la concretizzazione della Brexit, le elezioni in Francia, Germania e Olanda e la presidenza Trump. Al momento i mercati si stanno comportando come se tutte le promesse elettorali di Trump siano destinate a diventare realtà, ma l’oro, se la presidenza Trump dovesse deludere e lui si rivelasse incapace di mettere in atto i propri piani, potrebbe trarne sicuramente beneficio, conclude Pollini.

 

(commento in allegato)


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