Più responsabilità per l’economia

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di Antonio Ferrario 3 Dicembre 2012 | 11:17

Lo spread riguarda il confronto sulla concorrenza, le liberalizzazioni, l’efficienza della pubblica amministrazione, i livelli di corruzione ed evasione fiscale, i tempi della giustizia civile, la flessibilità della struttura del lavoro, l’impegno pubblico e privato nella ricerca e nell’innovazione.


Nemmeno i greci, di fronte all’aut aut, hanno scelto di tornare alla dracma. Eppure, magari per reazione a uno Stato che non ha saputo modernizzarsi e a una classe politica che resta autoreferenziale, gli elettori italiani in primavera saranno interessati all’offerta di far uscire l’Italia dall’euro e di non pagare il debito pubblico. Come se con i nostri 60 milioni di abitanti – neanche l’1% della popolazione mondiale – e in un’economia globale in cui la competizione è fra grandi aree, i mercati stessero lì ad aspettare le nostre svalutazioni competitive e i comodi di un sistema istituzionale arrancante che, in quest’ultimo anno, è riuscito a riconquistare credibilità tra gli investitori e nei consessi internazionali, solo con lo stimolo e il sostegno dell’Europa.

Lo spread non riguarda, infatti, solo la differenza tra i rendimenti dei Bund tedeschi e dei nostri titoli di Stato. Riguarda il confronto sulla concorrenza, le liberalizzazioni, l’efficienza della pubblica amministrazione, i livelli di corruzione ed evasione fiscale, i tempi della giustizia civile, la flessibilità della struttura del lavoro, l’impegno pubblico e privato nella ricerca e nell’innovazione.
Insomma, il programma di riforme che avrebbe dovuto avviarsi con l’adozione della moneta unica e che oggi ci avrebbe portato a conti in ordine, regole efficaci, controlli efficienti, sanzioni perentorie e applicate, affidabilità derivante dalla scelta di sostituire la furbizia tradizionalmente praticata con l’etica solo predicata.

La conseguenza è la stanchezza, che rallenta i riflessi e fa scivolare nell’accondiscendenza rassegnata sulla quale si affermano i populismi che illudono di reclamare diritti senza assolvere ai doveri e – la storia lo insegna – finiscono non di rado in tirannie e isolamento. Forse mai – dal 1948 a oggi – la buona politica è stata così determinante per la crescita economica. Per questo ha bisogno di un approccio culturale ed etico collettivo, ma anche di un forte senso di responsabilità individuale, per una legislatura di svolta e ricostruzione.
Il tempo per riflettere e decidere non è poi tanto.

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