Corruzione, mercato del lavoro disordinato e alta pressione fiscale: non è l’euro a spaventare le aziende

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di Raffaello Mascetti 28 Marzo 2013 | 08:16

Quello che non piace del nostro Paese è la corruzione, la difficoltà a mantenere sotto controllo le finanze pubbliche, il mercato del lavoro, l'incertezza delle norme e le tasse

L'AMBIENTE OSTILE – Altro che fuga dall’euro. Le imprese nell’area euro ci restano, perché non è la moneta unica a fare paura. Alla faccia di Cipro. A mettere ansia è semmai l’ambiente “ostile”, che purtroppo nel nostro Paese è realtà da anni, fatto di corruzione, massiccia pressione fiscale e mercato del lavoro disordinato. Così le aziende levano le tende, ma non per lasciare la divisa continentale. Sempre più spesso si tratta di aziende che fanno le valigie, spostandosi verso Stati considerati più disponibili al business. E non c’è da stupirsi, se si guarda alle classifiche internazionali. L’Italia è penultima per la libertà economica tra i Paesi europei: peggio di noi solo la Grecia.

CORRUZIONE E PRESSIONE FISCALE – A incidere negativamente sono appunto l’aumento della corruzione percepita, la difficoltà di mantenere sotto controllo le finanze pubbliche, il mercato del lavoro non ancora riformato in modo sano e utile per tutti, l’ampia incertezza del quadro normativo e, come accennato, la pressione fiscale difficilmente sostenibile. Insomma, le ragioni per “votare con i piedi” trasferendo l’attività altrove non mancano. Anche perché la classe dirigente, soprattutto quella politica, non sembra in grado di cogliere le tendenze in atto nel resto del Vecchio Continente.

I PICCOLI PAESI – Prendiamo per esempio quel che accade in Paesi “piccoli”, con un piede – quando non addirittura due – nella moneta unica: l’Estonia, già membro dell’eurozona, la Lettonia, che ha chiesto di diventarlo, e la Lituania, che probabilmente entrerà nel 2015. La Lettonia ha un’imposta societaria del 15% e una sui dividendi del 10%. La flessibilità concessa alle imprese è però ampia, per quel che riguarda la determinazione della base imponibile e delle deduzioni e soprattutto grazie al cosiddetto “group relief”, la possibilità cioè di compensare i profitti tassabili di una società con le perdite registrate da un’altra dello stesso gruppo, basta che siano entrambe basate nell’Ue.

FLESSIBILITA' FISCALE – L’Estonia ha un’aliquota societaria più alta ma un sistema originale che la rende interessante: l’imposta non scatta quando si realizza il profitto ma quando si stacca il dividendo. Un’impresa che fa utili può anche non pagare imposte, se non li distribuisce: opzione che lascia notevoli flessibilità fiscali. In Lituania, la corporate tax è del 15%, poco più alta di quella dell’Irlanda. Dublino, val la pena di ricordarlo, ha difeso la sua corporate tax al 12,5% e si è rifiutata di alzarla in quanto questione di interesse nazionale nonostante a un certo punto qualche governo – in testa quello francese – pretendesse che lo facesse, pena la mancata erogazione degli aiuti europei.

LE DEMOCRAZIE SCANDINAVE – Non si può cedere al dumping fiscale di Paesi periferici, si può obiettare. Allora proseguiamo la carrellata con il Nord, cioè con le democrazie scandinave. Dall’inizio dell’anno, in Svezia (fuori dall’euro), le imprese pagano un’aliquota del 22%, ben inferiore al 26,3% precedente. La Danimarca (fuori dall’euro), dove l’aliquota è del 25%, ha deciso di ridurre gradualmente, in tre anni, la tassa al 22%. La Finlandia (nell’euro), dove la corporate tax è già bassa, al 21%, sta discutendo di abbassarla in misura significativa, almeno di tre punti percentuali. Stati che per decenni hanno scelto la strada di un’alta tassazione complessiva in cambio di un elevato livello di welfare stanno cambiando strategia, un po’ perché si sono rese conto che il sistema di welfare attuale è insostenibile e un po’ perché hanno capito di avere grandi carte da giocare nella competizione economica globale e vogliono essere attraenti per le imprese.

IL MODELLO SVIZZERA – Intanto la migrazione verso la Svizzera (fuori dall’Ue e dall’eurozona) di imprese italiane fa sorridere il Canton Ticino, dove nel 2012 si è registrato un aumento del 18,7% delle aziende iscritte al registro del commercio. Un dato in controtendenza rispetto a quello dello Stato federale, dove il calo è stato dello 0,75%. “Il fenomeno ticinese”, informa il sito Startups.ch, “si spiega con la politica fiscale più favorevole alle imprese, praticata in alcuni cantoni elvetici, per attirare investimenti esteri”.

LA FASHION VALLEY – Oltre al Ticino, che dispone del vantaggio della lingua italiana, anche il Cantone Vallese è a caccia di pmi della Penisola, per attirare le quali ha istituito una vera e propria task force di segugi disposti a scendere fino a Roma per illustrare vantaggi quali un’esenzione delle imposte dai 5 ai 10 anni. E così poco sopra Lugano è nata una vera e propria “fashion valley” in cui operano gruppi come Zegna, Gucci o Trussardiclicca qui per consultare i bilanci della compagnia – , più decine di altre realtà. Ancor più numerose le aziende metalmeccaniche. Tasse, ma non solo. Non contano di meno la bassa corruzione, l’alto livello di educazione, la capacità di innovare e un quadro sociale coeso. Cose che l’Italia sembra aver smarrito.

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