Telecom Italia, quel che resta di una grande società italiana

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di Raffaello Mascetti 30 Aprile 2013 | 08:09

Al momento in cui scrivo queste note di Telecom Italia, hanno parlato quasi tutti. Con due eccezioni: il governo in carica e i fondi di investimento.


TELECOM ITALIA – Al momento in cui scrivo queste note di Telecom Italia, hanno parlato quasi tutti. Con due eccezioni: il governo in carica, cui spetterà eventualmente il ricorso alla golden share e i fondi di investimento che partecipano al capitale della società. Il silenzio dell'esecutivo e delle forze politiche in genere non mi stupisce più di tanto. Ormai sono impegnati su partite di altro genere (“le poltrone”) e non hanno tempo per dedicarsi a quel che resta di quella che fu una grande società italiana prima dei ripetuti “assalti alla diligenza” in cui la politica ha avuto il suo peso. Domani, quando ci sarà un nuovo esecutivo, si vedrà. Assai più sorprendente è l'assordante silenzio dei fondi di investimento. I gestori che amministrano i quattrini altrui, da tempo avrebbero dovuto alzare la voce di fronte alla costante, implacabile distruzione di valore subita da Telecom Italia.

LE PAROLE DI LUIGI ZINGALES – Certo, il consigliere indipendente Luigi Zingales non è stato zitto. Ma di fronte all'offerta di H3G chi rappresenta le azioni dei soci di minoranza non può tacere davanti alla prospettiva di un passaggio di controllo (perché di questo, in realtà, si tratta) che non preveda alcun vantaggio per i soci di minoranza. I rappresentanti dei fondi, mi potete obiettare, parleranno nella sede debita, cioè l'assemblea. Forse. Mi sarei atteso, però, un'iniziativa più robusta, magari attraverso l'Assogestioni, ma, soprattutto, come capita in tutto il mondo, i gestori  dovrebbero, per così dire, “votare con i piedi”, ovvero manifestare il proprio dissenso uscendo dal capitale delle società che non promettono di dare soddisfazioni. Non mi risulta che sia successo. Forse perché una parte rilevante dei gestori fa capo a banche e società finanziarie che risalgono ai partner italiani di Telco, la holding che controlla Telecom Italia. Il sospetto è che i fondi, alla faccia dei muri cinesi, preferiscano fare gioco di squadra con le società capogruppo, nonostante tutti i conflitti di interesse.

L'OFFERTA DI TRE – Che dire dell'offerta in arrivo dalla società Tre? L'amministratore delegato di Banca Intesa, Enrico Cucchiani, si dice lieto che “ci siano investitori internazionali interessati ad investire nel nostro Paese”. In realtà, da quel che si può capire, mi sembra che Hutchison Whampoa, per ora, sia soprattutto interessata a recuperare parte degli investimenti, in perdita, effettuati nel corso di questi anni. La soluzione dello scambio – carta contro carta – con i titoli Telecom Italia è una sorta di strada obbligata, anche se, in questo modo, H3G è costretta a rinunciare all'utilizzo delle perdite fiscali. Sull'altro versante, Telefonica, socio industriale di Telecom Italia, opporrà una comprensibile resistenza, perché non ha alcun interesse a condividere l'eventuale controllo con un concorrente. Ma, vista la mole dei debiti che li circonda, potrebbero alzare bandiera bianca.

I SOCI ITALIANI – I soci italiani, senza tener in alcun conto gli interessi delle minoranze, potrebbero battere in ritirata limitando i danni pur ingenti (le azioni di Telecom Italia vennero pagate 3,1 euro al momento dell'uscita di Pirelli); Fossati, forte di un 5% strapagato, si limita a dire che non è d’accordo sulla strategia del management Telecom, ma, forse, dovrebbe farsi sentire di più. Tutto questo ha un po' il sapore del teatrino: il vero obiettivo, statene certi, è chiedere alla Cassa Depositi e Prestiti di non limitarsi a rilevare la rete (ormai superata rispetto alla Banda Larga), bensì di affiancare o meglio sostituire Telco. Ancora una volta si farà ricorso ai quattrini dello Stato, anzi, dei libretti postali. I privati batteranno in ritirata, la politica resterà padrona. E se per dar sapore alla solita minestra ci vorrà un po' di salsa cinese, ben venga H3G. E i fondi tacciono.

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