Rcs, le banche hanno sempre fatto le “gnorri”

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di Raffaello Mascetti 9 Maggio 2013 | 08:34

I manager hanno avuto tutti gli strumenti per capire, prima degli altri, il deterioramento dei conti di Via Solferino


Enrico Cucchiani, ceo di Intesa Sanpaolo, ha definito “irresponsabile” la scelta dei soci Rcs che intendono votare contro l’aumento di capitale nella prossima assemblea del 30 maggio. Cerco di meglio comprendere il senso della posizione annunciata dagli “irresponsabili”. Intendiamoci, sono dell’opinione che il gruppo editoriale del Corriere della Sera meriti di essere salvaguardato. Anche se, nel momento della richiesta di fondi ai soci e dei tagli alle spese, sarebbe il caso di chiedere conto delle buonuscite vergognose elargite ai dirigenti che hanno avuto un ruolo importante, se non determinante, nel far precipitare il gruppo nella crisi attuale. E non ho alcun dubbio che sia necessario prendere decisioni “forti” per arrestare un degrado dei conti che ha fatto scattare l’emergenza ai sensi dell’articolo 2446.

Sono altresì convinto che la soluzione emersa da mesi di dibattito tra le banche, nella doppia veste di azionisti e di creditori, e gli altri soci non sia la migliore, anzi, segni un caso clamoroso di conflitto di interessi. L’azienda Rcs Media Group si trova nella stessa situazione di tante altre imprese gravate da un forte indebitamento accumulato nei confronti del sistema bancario, “colpevole” di non aver fatto suonare in tempo il campanello d’allarme. Una colpa particolarmente grave in Via Solferino dove, da sempre, il potere sta nelle mani di Mediobanca e di Giovanni Bazoli, entrambi grandi azionisti e punti di riferimento del patto di sindacato assieme alla Fiat.

In questa veste i banchieri hanno avuto tutti gli strumenti per capire, prima degli altri, il deterioramento dei conti del debitore. Su 400 milioni che arriveranno nelle casse del gruppo, la metà verrà immediatamente girata alle banche creditrici (azioniste e non) che così rientreranno dei loro quattrini. Poi, un pool di aziende di credito (più o meno le stesse) fornirà a Rcs nuova finanza, per giunta a condizioni meno generose, ponendo così una seria ipoteca su investimenti e utili futuri. Insomma, l’operazione sembra congegnata a vantaggio delle banche più che dell’azienda e dei suoi azionisti.

Si poteva fare altrimenti? Assolutamente sì e senza vergogna. In casi come questo la legge offre la soluzione del concordato in continuità, ovvero un accordo di ristrutturazione dei debiti ai sensi dell’articolo 182 bis. Capisco, perciò, la diversa reazione degli azionisti: per qualcuno l’aumento, così come è congegnato, altro non è che una partita di giro in cui si ricevono nuovi prestiti dalle banche per l’aumento di capitale che, a sua volta, riporterà i quattrini in banca. Chi fa l’industriale, come Della Valle o Benetton, non ha alcuna ragione per distogliere denari dagli investimenti o attingerli dagli utili per rimediare agli errori di valutazione del sistema bancario. C’è però una differenza: ai miei Brambilla le banche chiedono la restituzione dei soldi come alla Rcs, ma, diversamente da Via Solferino, si guardano dal fare nuovi affidamenti.

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