La corsa ai bond societari è troppo “interessata”

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di Raffaello Mascetti 28 Maggio 2013 | 12:32

Le banche spingonoquesti prodotti, ma anche i privati possono aiutare le Pmi


Tendenza bond. Parrebbe questa la strada intrapresa negli ultimi tempi dalle imprese in cerca di liquidità. È sacrosanto allora domandarsi se questa sia la strada giusta da imboccare per poter continuare a rimanere sul mercato un poco più alleggeriti dalle ambasce quotidiane ben lungi dal vedere la luce in fondo al tunnel (mi viene in mente una battuta fulminante di Woody Allen, quando, a proposito di luce in fondo al tunnel, dice «speriamo che non sia un treno») .

Leggo che gli istituti di credito invitano gli imprenditori a trovare forme alternative di finanziamento e la corsa al bond viene salutata con una certa soddisfazione”. E, naturalmente, si tratta di una soddisfazione “interessata”. In quanto l’approdo massiccio a questa formula di recupero di liquidità troverebbe un terreno “fertile” adeguatamente seminato dalle banche. Come noto, non fanno la parte delle comprimarie in questo nuovo show business; nella gran parte dei casi sono proprio gli Istituti (o le finanziarie accreditate) a preparare l’obbligazione fissando criteri, modalità, interessi e, naturalmente, laute commissioni e gestione del secondario. In buona sostanza, i soliti noti.

Mi chiedo: perché mai in Italia un privato non può finanziare un’impresa? Qual è il problema? Sono convinto che un’apertura di questo tipo produrrebbe benefici e darebbe grande slancio. Certo, potrebbe scontentare qualcuno… Mentre così (non) facendo, le imprese, in un modo o nell’altro – ma soprattutto per un verso solo – proseguono ad essere nel raggio d’azione dei soliti registi di queste come di altre operazioni. Pertanto, sarà pure una tendenza, o addirittura un boom, come interpreta l’inserto economico del lunedì del Corriere Della Sera (13 maggio), ma a ben vedere è un’avventura finanziaria che non può riguardare la piccola impresa. I parametri messi in campo non lo consentono proprio.

Occorrono numeri e prestazioni che appartengono a imprese perlomeno di medie proporzioni, ma sarebbe meglio dire, di grandi proporzioni. Quelle stesse realtà che di norma faticano assai meno a trovare gentilezza e accoglienza allo sportello. Per i “Brambilla” , dunque, la tendenza bond appare piuttosto come un miraggio. O un eccezione. Come dimostra il caso di un’azienda, la Caar di Orbassano, alle porte di Torino, tipico indotto Fiat. È suo l’unico esempio di prestito obbligazionario di taglia davvero mini emesso da una piccola impresa (4,5 milioni di fatturato) a seguito dell’entrata in vigore del decreto sviluppo, firmato dall’allora ministro Passera: un mini bond da tre milioni di euro, scadenza quinquennale, cedola a tasso fisso del 6,5%.

Una buona cosa perché consente a quella realtà di investire all’estero e di poter godere, da queste emissioni, anche qualche beneficio fiscale. Per il resto solo prestiti obbligazionari da centinaia di milioni di euro. Ma, probabilmente, visto il disegno complessivo, è naturale che stia andando così. Intendiamoci, filosoficamente parlando, ben vengano le soluzioni salutari per l’economia, quelle mosse che possano liberare risorse finanziarie e far ripartire i mercati. Poi, però, c’è la realtà, la prova dei fatti.

Vedremo allora, se questa tendenza salutata con rullar di tamburi, avrà per davvero prodotto risultati apprezzabili per l’economia reale. L’unica che conti. La quale ha necessità di tutto tranne che di ennesime chimere o promesse di felicità impossibili da raggiungere senza scottarsi. Per le piccole realtà serve altro per ripartire, anziché affannarsi e “smarrirsi” con strumenti finanziari pieni di incognite. Cosa? Anche qui la storia è nota, ma quelli sono i nodi da risolvere che legano la voglia di fare impresa: un decisivo alleggerimento della pressione fiscale; una massiccia sburocratizzazione, un costo del lavoro più adeguato all’urgenza di questo tempo.

Perché, al di là delle tendenze più o meno alla moda, quel che resta “leggendo” e non “interpretando” la realtà è che la ripresa prevista per il 2013 non ci sarà. Adesso si guarda al 2014 come l’anno della possibile svolta. Ma le svolte bisogna affrontarle in sicurezza. E possibilmente senza abbandonare più nessuno al suo destino. Vi è già stata troppa morìa. Quella è stata la vera “tendenza”. Una tendenza che ormai sa troppo di abitudine.

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