Ecco chi ha vinto davvero la guerra sui prezzi del petrolio

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di Redazione 10 Agosto 2016 | 11:44

L’aumento dei prezzi del petrolio negli ultimi sei mesi è stata una manna dal cielo per i produttori statunitensi di scisto attualmente in difficoltà, riporta il sito www.sofiaconfidential.it. I prezzi del greggio sono aumentati di oltre il 50% da gennaio, facendo intravedere all’industria petrolifera Usa la speranza che il peggio della crisi possa essere finalmente alle spalle, scrive Global Risk Insights su OilPrice.com. L’aumento dei prezzi ha inoltre costretto i produttori di scisto ad adeguarsi, riducendo i costi di produzione e aumentando l’efficienza.

Dopo il calo di pozzi petroliferi registrato negli ultimi mesi, il numero di impianti di perforazione è in ripresa da maggio e le aziende prevedono un’ulteriore crescita se i prezzi del greggio resteranno intorno ai 50 usd al barile. I dati elaborati dalla società di consulenza norvegese, Rystad Energy, rivelano inoltre che gli Stati Uniti detengono più riserve di petrolio recuperabile della Russia e dell’Arabia Saudita. Oltre il 50% delle riserve sono di shale oil non convenzionale.

I prezzi bassi del petrolio sono stati sia una benedizione che una maledizione per il settore dello scisto. La sopravvivenza del comparto negli Stati Uniti dipende attualmente dalla sua capacità di raccogliere fondi per finanziare la nuova attività. Uno dei punti deboli dello scisto è sempre stato la sua dipendenza dall’afflusso di capitali e dall’alto livello di debito. In uno scenario di prezzi elevati del petrolio e di mercati dei capitali allentati può non importare così tanto. Ma dalla flessione dei prezzi iniziata due anni fa, il finanziamento è diventato un problema centrale del settore. La vendita di bond delle società energetiche indipendenti statunitensi è attualmente ai minimi da oltre un decennio, e i mercati non sono ancora abbastanza propensi a investire capitale fresco in nuovi progetti nel settore, nonostante la prospettiva di un aumento dei prezzi.

Una boccata d’aria fresca potrebbe provenire da colossi petroliferi come Exxon e Chevron che, dopo il crollo dei prezzi, hanno accantonato i costosi progetti offshore e artici e rivolto la loro attenzione verso piani più convenienti e realizzabili nel campo dello scisto negli Stati Uniti.

Chi ha vinto quindi questa guerra tra colossi petroliferi? Probabilmente non c’è un solo vincitore, spiega Global Risk Insights.

Anche se i sauditi hanno danneggiato lo scisto statunitense, hanno colpito duramente anche l’industria petrolifera mondiale, e pur riuscendo a preservare la loro quota di mercato, hanno pagato un prezzo significativo in termini di ricavi petroliferi. La vera domanda però, non è se la dinastia Saudita è in grado di mantenere i prezzi del greggio (e di conseguenza la produzione di shale Usa) bassi per un periodo prolungato di tempo, ma per quanto tempo possa farlo senza mettere a repentaglio la stabilità fiscale e sociale del Regno e degli altri membri dell’OPEC. Nonostante l’ambizioso programma Vision 2030, l’Arabia Saudita continuerà a dipendere ancora per molti anni dai ricavi petroliferi per poter sovvenzionare i suoi programmi sociali.

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