PIR, la guida definitiva per l’investitore

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di Redazione 2 Marzo 2017 | 08:04

Estratto da “BNL Focus”,  settimanale del Servizio Studi BNL. A cura di Stefano Ambrosetti

 

La legge di Stabilità approvata lo scorso dicembre ha introdotto in Italia, a partire dal 2017, i Piani Individuali di Risparmio (Pir). Si tratta di uno strumento di investimento che ha come obiettivo quello di canalizzare una parte del risparmio verso le piccole e medie imprese italiane.
I Pir sono strumenti che possono assumere varie forme (fondi, conti titoli, gestioni patrimoniali) e utilizzare diverse tipologie di prodotti finanziari (azioni, obbligazioni, Etf, depositi e conti correnti) purché la composizione dei portafogli osservi una serie di prescrizioni definite dalla normativa che li istituisce.

1. In ciascun anno solare di durata del piano, per almeno i due terzi dell’anno stesso, le somme o i valori destinati nel piano di risparmio a lungo termine devono essere investiti per almeno il 70% in strumenti finanziari (anche non negoziati nei mercati regolamentati) emessi da imprese residenti in Italia o in Stati membri dell’Unione europea o in Stati aderenti all’Accordo sullo spazio economico europeo con stabile organizzazione in Italia;
2. la predetta quota del 70% deve essere investita per almeno il 30% per cento del valore complessivo in strumenti finanziari di imprese diverse da quelle inserite nell’indice FTSE MIB della Borsa italiana o in indici equivalenti di altri mercati regolamentati. Questo vincolo consente di dare sostegno alle imprese di minore classe dimensionale che presentano tipicamente maggiori difficoltà nel reperimento di capitale;
3. le imprese non possono essere società che svolgono attività immobiliare;
4. le somme o i valori destinati nel piano non possono essere investiti per una quota superiore al 10% del totale in strumenti finanziari di uno stesso emittente o stipulati con la stessa controparte.

Ciò che rende i Pir particolarmente interessanti per i risparmiatori è un trattamento fiscale agevolato previsto solo per chi sottoscrive un Pir e lo tiene in portafoglio per almeno cinque anni. In questo caso non verrà applicato il prelievo fiscale sui capital gain pari al 12,5% sui titoli di Stato e al 26% per tutti gli altri investimenti finanziari. Naturalmente qualora l’investitore decidesse di smobilizzare la posizione prima dei cinque anni si applicherebbero le aliquota ordinarie. È inoltre prevista per i Pir l’esenzione totale dalle imposte di successione.
In considerazione della maggior rischiosità di questo strumento rispetto ad altre tipologie di investimento l’ammontare sottoscrivibile non è discrezionale ma presenta dei limiti massimi. Per i privati il limite è stato fissato a 30mila euro l’anno, e quindi raggiunge i 150mila euro massimo nei cinque anni, mentre gli investitori istituzionali, i fondi pensione e le casse previdenziali possono investire fino al 5% delle loro attività. Attraverso i Pir gli investitori istituzionali, detentori di patrimoni considerevoli, potrebbero sostenere in misura maggiore l’economia reale, sia direttamente sia coinvolgendo gli investitori retail con la creazione di nuovi strumenti ad hoc, ad esempio polizze assicurative costruite in modo tale da rispettare i vincoli della normativa e sfruttare le agevolazioni fiscali.

[…]

I pro e contro per gli investitori

Se da un punto di vista finanziario l’idea di convogliare risorse verso le numerose Pmi che non sono in grado di ricorrere direttamente al mercato azionario o obbligazionario riscuote unanimi consensi, dal lato dei risparmiatori i benefici di un investimento in Pir alimentano alcuni interrogativi. Certamente il settore di investimento appare rispetto ad altri meno liquido nonostante i vincoli sulla concentrazione e le possibilità di diversificazione che possono essere operate dai gestori. Il vantaggio fiscale può essere
letto come una sorta di premio al rischio che il legislatore offre a chi è disponibile a veicolare i propri risparmi in un segmento meno liquido.

Per la natura stessa dello strumento non è possibile effettuare una diversificazione del rischio geografico (sono solo aziende italiane) né specifico (dimensionalmente si tratta di Pmi), lasciando un’esposizione in caso di shock di mercato “country specific”.

In merito al vantaggio fiscale occore inoltre considerare almeno due fattori: il primo che si tratta, di fatto, di un investimento “vincolato” dal momento che una liquidazione prima dei cinque anni porterebbe alla perdita delle agevolazioni fiscali; in secondo luogo per valutare in modo appropriato l’effetivo “appeal” della fiscalità agevolata occorre confrontare con altri strumenti la struttura dei costi che verrà proposta dagli intermediari. Ad esempio una recente analisi ha evidenziato come uno tra i primi Pir collocati in Italia abbia un costo di ingresso pari al 4% e una commissione annuale di gestione prossima all’1,5%, oltre a possibili commissioni di performance che scattano superata una certa soglia di rendimento. Il vantaggio effettivo rispetto ad altri strumenti tassati ad aliquota ordinaria ma molto meno costosi, come ad esempio gli Etf, o altre tipologie di fondi, costituisce un importante elemento di valutazione nell’analisi costi- benefici dell’investimento.

Nel complesso, come per ogni tipologia di investimento, non è valutabile in assoluto la convenienza o l’opportunità di inserimento nel proprio portafoglio; per investire in modo consapevole, oltre a cogliere appieno le peculiarità dello strumento è importante analizzare la struttura dei costi e selezionare l’affidabilità e le capacità gestionali dell’intermediario proponente.

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